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Don Ciotti "La mia vita fatta di tante vite in attesa del riscatto"

Il suo ultimo libro è una "autobiografia collettiva": mezzo secolo di lotte in difesa dei più deboli .

E visto che i simboli sono importanti, bisogna partire da questa piccola Bibbia, versione inglese, copertina di plastica, macchie di umidità. Una Bibbia da poveri. In mezzo ai piatti sporchi di un pranzo essenziale, qui nella sede del gruppo Abele, che è in una ex fabbrica nella semiperiferia di Torino, una città vuota dove c' è questo prete ormai di una certa età, che comunque ricorda il ragazzo che è stato, il ciuffo sulla fronte, il piglio, l' entusiasmo. Luigi Ciotti, lui ha creato il Gruppo e anche altre cose, la Lila, Libera, e li ha spinti nel mondo. Ha scritto un libro che si intitola "L' amore non basta" , esce da Giunti mercoledì 13 maggio, lui lo definisce una "autobiografia collettiva".

Ci spieghi perché, poi parliamo della Bibbia.

«Perché la mia è una vita fatta di tante vite, un "io" che è un "noi". Tutti sono stati protagonisti, perciò è un racconto collettivo. E' una storia che ha condiviso tante storie a partire dal 1965, quando è nato il Gruppo Abele». Chi sono i protagonisti, allora. «Il bambino Michelino, la ragazza Doretta, e Carlo, che poi è diventata Carla ed era un prete. Una donna che si chiamava Lea Sono tanti. Sono persone».

E di chi era questa Bibbia?

«Me l' ha data un pescatore di Lampedusa, l' avevano trovata su un barcone. Non so nemmeno se il proprietario sia sopravvissuto, so che è stata stampata in Nigeria ed era in una busta di plastica, ma l' acqua di mare l' ha un po' rovinata. Quella persona ha scelto di portarla durante la traversata, la parola di Dio era più importante di qualunque altra cosa. Quando vado a celebrare la messa, la metto sull' altare».

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In uscita "L' amore non basta" Giunti Editore, pp. 134; 18 euro. In libreria dal 13 maggio. Il suo ultimo libro è una "autobiografia collettiva": mezzo secolo di lotte in difesa dei più deboli 

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Nel libro ci sono molti oggetti, oltre che persone. Un tavolo di marmo, un calamaio.

«Il calamaio ormai è una leggenda».

Non è vero? Non ha tirato il calamaio alla maestra, quella volta a Torino?

«E' successo. Mi aveva chiamato "montanaro". Era vero, io venivo da Pieve di Cadore, ero un bambino della montagna, un bambino immigrato e povero, che viveva dignitosamente con la sua famiglia in una baracca. Non aveva capito il mio disagio, e io le avevo macchiato il vestito di inchiostro. Lì ho imparato il senso di ribellione verso un insulto gratuito, l' umiliazione di venire isolato a causa dei pregiudizi. E' nato un desiderio di riscatto e di giustizia che non mi hanno più abbandonato. Quando mi chiedono come è nato il mio impegno sociale, trovo più facile raccontare questa storia, invece di dare tante spiegazioni».

Parliamo del tavolo con il piano di marmo.

«Era nella cucina nella comunità di malati di Aids, a San Vito, sulla collina di Torino. Oggi è un altare, nella Certosa di Avigliana. Attorno a quel tavolo abbiamo mangiato, pianto e sofferto in tanti. Sono morti tutti. Erano gli anni Novanta, le morti per Aids erano continue, celebravamo più funerali alla settimana. Allora, quando si seppellivano questi morti, la bara veniva cosparsa di disinfettante in polvere. C' era molta paura, e ignoranza. C' era il terrore di abbracciarsi, noi invece cercavamo di far sopravvivere carezze e baci».

Questo ci porta all' oggi. La pandemia, la distanza, i morti cremati lontano, l' assenza del lutto. E un rischio più grande per chi già è a rischio.

«Il grande rischio è il ritorno - superata l' emergenza sanitaria - a una normalità che era già malata ben prima del virus. Il virus ha amplificato i problemi, ci sono diseguaglianze enormi e ingiustizie che andranno peggiorando».

Negli anni lei ha raccolto quelli che nessuno voleva. I tossici, i barboni, le prostitute. I migranti, i transessuali, le donne vittime di violenza. Le vittime della mafia, quando pochi sfidavano quel potere. E gli ex terroristi. Perciò è stato molto criticato.

«ma non mi pento. Per gli ex terroristi, ho visto un reale ripensamento e autocritica dei mezzi con cui avevano voluto affermare il loro ideale. La conferma l' ho avuta dal comportamento fuori dal carcere. Si sono messi al servizio dei più deboli. Si deve credere nelle persone, nella loro capacità di guardarsi dentro e cambiare, una volta focalizzato il male commesso. Anche di chiedere umilmente perdono. Ho condiviso questa convinzione con grandi uomini di Chiesa come padre David Turoldo e il cardinale Martini».

E lei cos' è, nella Chiesa.

«Io mi sento piccolo piccolo. Sono stato ordinato sacerdote dal cardinale Pellegrino, che disse "come parrocchia ti affido la strada". La Chiesa di Torino mi ha accolto, perciò le ho dedicato il libro. Da allora ho sempre fatto squadra, messo insieme competenze. Se non so una cosa, chiedo aiuto a chi la sa. So che le cose si fanno insieme. Poi, sono un impulsivo, un pragmatico. Ho paura della burocrazia, ho bisogno di azione».

Lei è un uomo che le mafie vogliono ancora ammazzare. Di là c' è la sua scorta, che la accompagna da decenni.

«Voglio ricordare don Diana, ucciso dalla camorra nella sua chiesa di Casal di Principe, era il 1994. Qualcuno disse che era una storia di donne. Decisi di difendere la sua dignità, non potevamo permettere questa cosa. Siamo stati anche denunciati Ma in certi casi non si può essere prudenti, non si può stare zitti. Bisogna agire. Questo ha un prezzo».

Papa Francesco le vuole bene.

«Quando ci siamo conosciuti mi ha detto: "Una mia cugina di Torino mi ha riferito che sei un prete rivoluzionario!". Il tono era scherzoso e affettuoso. Gli ho risposto: "Certo che detto da uno come te". Avrei voluto dire "da che pulpito!"».

Ma non è stufo dopo tanti anni.

«No. Sono cosciente dei miei limiti, in fondo sono un radiotecnico. Sono stanco perché sono sempre in giro, e ho i miei 75 anni. Sono triste perché è appena morto Valerio Taglione, il coordinatore del comitato Don Diana. E negli anni mi sono preso un sacco di castagnate, di etichette, ma non sono il cortigiano di nessuno, e neanche il portaborse. Sono sempre andato avanti. Anzi, siamo sempre andati avanti, noi».

09 I 05 I 2020 Brunella Giovara  La Repubblica

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