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Nuovo attentato a strutture sociali di Foggia

La riflessione di Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera

Lo scorso 9 ottobre si è spento Francesco Traiano, rimasto sospeso tra la vita e la morte dal 17 settembre, data in cui è stato aggredito brutalmente nel suo esercizio commerciale, il bar-tabaccheria Gocce di Caffè a Foggia, a seguito di una rapina. Questo episodio, e la morte di Francesco che ne è seguita, pare proprio essere quello che fa traboccare un vaso già colmo, portando una comunità cittadina a reagire. Eppure, questa volta, forse a causa dei disagi da non poco conto legati alle misure di sicurezza per la pandemia in corso, e delle paure giustificate delle persone, neanche io che amo le manifestazioni nelle piazze ne ho incoraggiato e sostenuto l’organizzazione. Ho ancora negli occhi le immagini della folla di persone, oltre ventimila, che cammina in gruppi, da singoli, con la famiglia a seguito, per le vie di Foggia il 10 gennaio scorso quando abbiamo organizzato una grande iniziativa che chiamammo “Foggia libera Foggia”. In mezzo c’è stato il lockdown e tanti mesi di incertezze che in una città come Foggia non possono non avere un forte impatto. Dopo la morte di Francesco Traiano mi sono chiesta, per l’ennesima volta, cosa si possa fare per fermare l’attacco di una criminalità sempre più decisa a ridurre al silenzio la comunità con la sua presenza costante, anche nel tempo del lockdown come testimoniano episodi della cronaca che tutti abbiamo ben in mente. Ed oggi, mentre si ragiona di un possibile “coprifuoco” notturno, giunge nella nostra quotidianità, la notizia dell’ennesimo attacco incendiario in una delle sedi del gruppo Telesforo incentrate su attività di sanità privata, già oggetto di numerosi e gravissimi episodi. Fu proprio uno di questi episodi, unito al primo omicidio del 2020, che ci spinse a organizzare l’iniziativa di cui scrivevo sopra. Altro che vaso da far traboccare, qui ci sente sotto attacco continuo in un momento in cui il distanziamento sociale, solo di recente chiamato distanziamento personale, ci fa sentire tutti più isolati, soli, più fragili.

Non sappiamo se la rapina al bar di Francesco sia legata o meno ad attività della mafia locale ma io ho un vizio che ho contratto da giovane, quello della memoria che mi induce a collegare questo tipo di aggressioni ad un tessuto connettivo criminale che vive di violenza, di prepotenza assoluta, portandomi a pensare che l’escalation che stiamo vivendo stia evidenziando una mutazione della nostra criminalità, legata a fattori di vario tipo, probabilmente contingenze economiche che coinvolgono anche i fenomeni criminali e che li spingono a venire sempre più allo scoperto. Mi ritrovo nelle parole utilizzate da Cafiero De Raho nel corso di un incontro tenutosi presso l’Università di Foggia, sempre a gennaio scorso, in cui sottolinea che i gruppi criminali mafiosi del foggiano hanno lanciato una vera sfida allo stato, lasciandosi alle spalle la strategia dell’inabissamento e utilizzando la violenza sia per colpire le vittime che i clan avversari.

D’altro canto oggi questa mafia, contrariamente a pochissimi anni fa, ipotizzo dal 2017 anno della strage di San Marco in Lamis (FG), ha un nome che si sta stabilizzando nel tempo e nell’utilizzo: Quarta mafia. Non è un nome “proprio” come nel caso delle altre mafie, è più l’indicazione di un posto in una classifica che rappresenta ben tre gruppi mafiosi dislocati geograficamente in modo differente, individuati via via anche attraverso provvedimenti giudiziari divenuti definitivi. Eppure, per chi ha il vizio della memoria ben curato dal leggere e rileggere la realtà che ci circonda, basta tornare con il ricordo agli anni novanta per ritrovare questa definizione come legata ad un altro gruppo criminale di stampo mafioso radicato in Puglia, la Sacra Corona Unita, probabilmente chiamata “Quarta mafia” perché nato in un periodo successivo alle altre mafie, ossia intorno agli anni settanta. Della SCU oggi si parla di meno ma è vitale come tutte le mafie pugliesi, ha però “perso” il suo posto in classifica a favore della mafia foggiana. Certo è che la mafia, o meglio le mafie, del foggiano vengono considerate “giovani ed emergenti” ma sono nate negli stessi anni in cui è stata creata la SCU, sebbene in modo differente, meno eclatante. La stessa SCU ha tentato, in particolare nei confronti del gruppo mafioso del capoluogo una sorta di controllo ma dovette rinunciare presto a seguito di un violento attacco in cui quattro esponenti del clan Laviano, legato alla SCU, vennero ferocemente uccisi in quella che fu chiamata la “strage del Bacardi” del 1986. E’ evidente che queste mafie mostrano fin dai primi vagiti una capacità di attacco forte e violenta, eppure in quegli anni furono sottovalutate dallo Stato nelle sue varie diramazioni, probabilmente rese poco visibili dalla loro caratteristica di essere quasi del tutto prive di cerimonie e rituali, e impastate in un rapporto familistico potente ed esclusivo che non fa scegliere loro il metodo dell’affiliazione per reclutare nuove leve (salvo in pochissimi casi). Questa loro caratterizzazione è vitale ancora oggi, sebbene, a mio avviso, alcuni episodi mostrano la scelta di appaltare a gruppi esterni (alle famiglie storiche a capo dei clan) pezzi di attività.

Cosa fare? Non concludo mai una mia riflessione senza una proposta, in primo luogo a me stessa. In primo luogo non possiamo scoraggiarci e lasciarci fermare dalle paure vecchie e nuove che viviamo, non possiamo neanche permetterci di sottovalutare le misure che lo Stato ha messo in campo contro le mafie locali, mettendo a segno operazioni che le hanno sicuramente indebolite, nonostante ciò che appare. Ora è importante proteggerci non solo dal virus ma anche dalla rassegnazione che proprio una situazione come quella che viviamo pare suggerire. Dobbiamo ripensare alla nostra identità di cittadini di questa realtà abbattuta, una identità che ci unisca davvero, che riconosca la nostra storia di persone che vengono da famiglie che hanno ricostruito le proprie esistenze dopo i micidiali bombardamenti del 1943 che distrussero il capoluogo e fecero soffrire l’intera provincia. Abbiamo mostrato di essere comunità resiliente ma disgregata, in alcuni casi indifferente alle fasce fragili a causa delle povertà che prendono sempre più piede rendendo esposte alla penetrazione mafiosa sempre più zone delle nostre città. Questo tempo ci permette forse la riflessione e il riconoscimento reciproco delle piccole e grandi storie delle nostre comunità, delle sue esigenze più vere, quelle da cui partire o ri-partire. Abbiamo tutti, nessuno escluso, una priorità: bloccare il diffondersi di una cultura mafiosa che ha a che fare con gli attacchi delle mafie ma anche con l’assenza di una voce unica, costante e convinta.

Ritengo che la voce di questa identità, unica e più forte, si sia già fatta sentire il 10 gennaio scorso: non possiamo permetterci di perderla nuovamente.

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