Delibera Csm, individuate Procure alta densità' mafiosa
14 giu 2026 - Libera: "Non solo sud. In molte realtà del Centro e del Nord Italia la presenza criminale si manifesta infatti attraverso modalità meno visibili, ma non per questo meno incisive
Una nuova circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria stabilisce infatti che, negli istituti con circuiti di Alta Sicurezza, 41-bis o destinati ai collaboratori di giustizia, ogni iniziativa educativa, culturale o ricreativa – anche se rivolta a detenuti di media sicurezza – debba essere autorizzata direttamente dal D.A.P. di Roma.
Fino a oggi era sufficiente il via libera del direttore dell’istituto o del provveditorato regionale, garantendo tempi più rapidi e un rapporto diretto con il territorio. Ora, invece, tutto passa dal livello centrale.
Questa scelta suscita forte preoccupazione, perché rischia di indebolire l’azione educativa di associazioni, cooperative sociali, scuole, università e realtà del terzo settore, che da anni operano negli istituti penitenziari con finalità di reinserimento. L’aumento della burocrazia e la necessità di presentare richieste dettagliate con largo anticipo possono generare ritardi, cancellazioni e rinunce.
Un ulteriore elemento critico è il divieto che le attività siano “esternalizzate esclusivamente a soggetti terzi”. Una formulazione che rischia, di fatto, di escludere volontariato e associazionismo: proprio quei soggetti che l’articolo 17 dell’ordinamento penitenziario (legge 354/1975) riconosce come parte essenziale del percorso rieducativo.
L’esperienza di Libera in questo ambito – delicato ma fondamentale – mostra un rischio concreto: limitare l’accesso della società civileagli istituti. Una scelta che potrebbe rendere più difficile la collaborazione con le realtà educative e culturali, indebolendo quello che rimane l’unico vero argine contro la recidiva e la disumanizzazione del carcere: la relazione.
Nella piattaforma “Fame di Verità e Giustizia” abbiamo ribadito con forza che la pena deve conservare il suo carattere rieducativo e inclusivo, come stabilito dall’articolo 27 della Costituzione.
Rieducare significa offrire opportunità di formazione, lavoro, cultura e relazione; costruire percorsi di responsabilità e consapevolezza; mantenere aperto un varco verso la comunità esterna, affinché la società sia parte attiva del reinserimento e non semplice spettatrice della condanna.
Siamo convinti che la sicurezza non si costruisca isolando, ma accompagnando. E che per farlo servano fiducia, apertura, partecipazione. Al contrario, l’irrigidimento delle procedure rischia di produrre ulteriori rallentamenti e chiusure.
Di fronte ai numeri drammatici dei suicidi in carcere e alle condizioni sempre più dure vissute dalle persone detenute e da chi vi lavora, ribadiamo la necessità di investimenti infrastrutturali e culturali, affinché il periodo di detenzione possa trasformarsi in un laboratorio di umanità e ricerca di giustizia.
Solo così potremo dire, con coerenza, di vivere in un Paese che misura la propria civiltà guardando alle sue carceri.