Approfondimenti

Diario di un viaggio

Un convoglio di pace nelle fessure della guerra

Attraversiamo il valico di frontiera Korczowa-Krakovets, non lontano da Medyka in Polonia, tra le strade più battute dai profughi in fuga, ma è oltre la frontiera che si comprende di essere in un paese in guerra. Non per la puzza di morte, ma per una normalità fatta di civili armati per strada, check point e allarmi anti-aereo che risuonano - 6 7 direttamente dai cellulari grazie ad un’app che ti ricorda ovunque tu sia che non c’è pace. Fa freddo, molto freddo, il tempo è grigio, ma l’umore è alto. Sappiamo che stiamo andando a fare una cosa giusta. Arriviamo a Lviv la mattina del 1 aprile, e non è uno scherzo. Sessanta furgoni e più di 100 persone, 32 tonnellate di aiuti di prima necessità e un messaggio di pace e non violenza alla popolazione ucraina e non solo “Stop the war now”. Un convoglio di pace, con mezzi provenienti da tutta Italia, composto dai rappresentanti di decine di associazioni e realtà italiane, promotrice l’Associazione Papa Giovanni XXIII. La strada è tappezzata con i cartelloni di una propaganda sfrenatamente anti-russa di un Paese in questo momento che reagisce con orgoglio nazionalista. Quando arriviamo andiamo subito a scaricare i mezzi, le sedi di riferimento sono la Caritas e la Ukrainian Education Platform, entrambe realtà impegnate nel supporto diretto ai profughi.

Il ritrovo successivo è il seminario del Santo Spirito, la Chiesa Greco Cattolica in città, riconosciuta come un riferimento, ci fa da base. Prima di arrivare però una breve passeggiata, non si può fotografare praticamente nulla, ogni cosa potrebbe essere un obiettivo sensibile, a partire dai checkpoint, chi fotografa viene fermato e il trattamento non è accomodante. La caccia alle spie russe viene prima del turismo. Arriviamo al seminario e ci riuniamo, abbiamo appena attraversato mezza Europa via terra ed è il momento di guardarsi in faccia. Siamo circa duecentocinquanta, tra gli interventi la Caritas polacca e l’ambasciatore italiano rimasto in città. Tra di noi nessuno vuole una guerra, ma le vetrine patriottiche delle strade di città dicono il contrario. Continuiamo questa giornata infinita, ci spostiamo. La stazione ferroviaria di Lviv-Holovnyi è uno dei pezzi più importanti dell’architettura Art Nouveau nell’ex Galizia. La stazione è stata aperta al pubblico nel 1904, oggi, rappresenta uno dei maggiori snodi di fuga dal Paese da quando il 24 febbraio 2022 è iniziata la guerra. Il binario 1, la sala d’attesa, la sala rifugio per donne e bambini, il piazzale di fronte alla stazione, ogni parte della stazione scandisce i tempi delle conseguenze di una guerra. Alcuni partono nel pomeriggio per rientrare in Italia, portando con sé alcune famiglie. La stazione rimane non solo un riferimento per coloro che ora se ne vanno, ma anche per chi sta decidendo di rientrare nei propri paesi di origine. Ci allontaniamo tutti insieme silenziosamente da questo luogo metafora della situazione. Costruiamo una marcia per la città per arrivare alla piazza centrale, raccogliamo sguardi poco convinti da una popolazione che non reagisce già più alle sirene antiaeree che nel mentre risuonano in città ogni tot ore. Al centro della piazza il Media Center, riferimento per i giornalisti che da tutto il mondo stanno accorrendo a raccontare questa guerra. Già molte di queste voci sono state spezzate al fronte, perché a quanto pare la violenza armata non si deve riprendere. La giornata la chiude il coprifuoco, alle 10 nessuno gira più per le strade da un po’. Chi dorme al seminario e sono circa duecento, condividono la sveglia collettiva dei cellulari. Sono le 4.20, un altro allarme antiaereo. Tutti giù nel bunker.

Il giorno seguendo, il ritrovo è all’alba al seminario. Le associazioni ucraine hanno gli elenchi, noi caravan e camper. Arrivano le persone che verranno via con noi. Donne, bambini, anziani e disabili. Personalmente condivido il viaggio con i referenti di altre due associazioni, Arci e Movimento Nonviolento. Non è scontato trovare buoni compagni di viaggio, soprattutto se parliamo di andare in un paese in guerra. Siamo con un caravan e un camper, ripartiamo alle 12 circa per raggiungere alle 7 del mattino Udine in Friuli, e lasciar proseguire fino alla destinazione finale i due mezzi a Verona in Veneto. Con noi al ritorno tre donne e i loro rispettivi tre figli. Bagagli ridotti, non una parola di inglese, solo ucraino, russo o un dialetto tra i due. Provengono da un paese vicino Dnipro, tra le più attaccate dall’inizio della guerra. I mariti al fronte, ed evitiamo di approfondire il lato delle atrocità, ci sono i bambini e non c’è bisogno di dargli più pensieri di quelli che già li stanno portando ad abbandonare un paese che non vogliono lasciare. Al nostro arrivo, nonostante la stanchezza, ci accoglie un circolo Arci a Udine, il Misskappa. Aprono le serrande gialle per noi, e i nostri ospiti sorridono. Facciamo colazione insieme e giochiamo a biliardino. Ora sono arrivati a Verona, un’altra associazione li accoglie in una casa. Basta poco a costruire la pace.

Monica Usai, Libera Internazionale

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Lettera 95 anno IV-N.1
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