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San Marco in Lamis, tre anni da una strage

Tre anni possono sembrare pochi se paragonati ai decenni in cui la situazione della provincia di Foggia è stata ignorata e sottovalutata. Tre anni che però ci hanno spinti a tornare a riflettere su quanto accaduto nella nostra terra prima di quel 9 agosto del 2017, a partire dagli anni settanta in poi. Non è facile fornire un racconto fluido della situazione criminale della provincia foggiana, tanto è complesso l’evolversi delle mafie autoctone, le cui attività sono state costantemente riportate dalla stampa locale attraverso una marea di articoli tra cui è difficile orientarsi. La strage del 9 agosto ci ha stretti all’angolo, mostrandoci in tutta la sua drammatica evidenza il livello di pericolosità che queste mafie hanno raggiunto: non si arriva a commettere una strage senza aver tracciato un solco ben preciso. A San Marco in Lamis, presso la stazione dismessa, il 9 agosto del 2017 sono state uccise quattro persone: un boss della mafia garganica, il manfredoniano Mario Luciano Romito, suo cognato Matteo De Palma e due agricoltori, Aurelio e Luigi Luciani, che in quel momento si trovavano nei pressi del luogo in cui è avvenuto l’agguato al boss per svolgere le attività mattutine data la vicinanza dei loro terreni. A me, foggiana, il cognome Romito dice molte cose, racconta ad esempio, di un’operazione dal nome quasi esotico, Iscaro - Saburo, che diede vita ad un processo che inferse un colpo duro ad un pezzo di mafia garganica. Questo cognome mi porta a pensarne un altro, probabilmente anch’esso sconosciuto o quasi a livello nazionale, “Li Bergolis”: se ne parlò quando uno dei Li Bergolis, Franco, venne arrestato dopo un periodo di latitanza e i giornali lo definirono uno dei 30 latitanti più pericolosi del Paese. La percezione, per me fortissima, che non vi sia ancora consapevolezza piena di quanto accade nel foggiano, mi ha convinta a scrivere, in occasione del terzo anniversario dalla strage, queste righe, per provare a tenere insieme il ricordo delle vite delle due persone innocenti uccise senza pietà, Aurelio e Luigi, e la storia di questa provincia.

Non mi è certo possibile elencare quanto accaduto per decenni ma posso includere nel mio ragionare l’affermazione che in realtà è accaduto molto in questa terra, di grave, di pericoloso, che se n’è parlato troppo poco prima di quel 9 agosto e forse anche dopo. Posso, continuando, sottolineare che è ormai necessaria una vera e propria rivoluzione all’interno della narrazione delle mafie in Italia, da cui ne usciremmo rafforzati perché avremmo finalmente chiarito che le mafie del foggiano non sono di serie B. Senza dubbio io ho un interesse personale, per così dire, a questo “nuovo” racconto di mafie ormai “vecchie”: senza una consapevolezza più evoluta rispetto a questo, anche le vittime di queste mafie saranno considerate quasi vittime per caso, rendendole ancora più vittime.

Un filosofo contemporaneo, Avishai Margalit, scrive che esiste un’etica della Memoria, un concetto che, senza entrare troppo nello specifico, ci può aiutare a compiere un importante passo avanti nella costruzione di una Memoria “collettiva” sulle mafie del foggiano, forse proprio a partire dal racconto delle persone che ne sono rimaste vittime.

Perché un’etica della Memoria? Perché quando si costruisce un processo di memoria ci si prende cura, a ben guardare, delle storie delle persone, ci si occupa del vissuto di una comunità, entrando in connessione profonda con la parte più spessa delle relazioni interpersonali, quelle con le persone che ci interessano e di cui, appunto, intendiamo prenderci cura.

In quel 9 agosto del 2017 fui raggiunta da decine di telefonate da parte di giornalisti e alla fine della giornata ero frastornata: non conoscevo Aurelio e Luigi Luciani, avevo appreso che erano due agricoltori, ottime persone appartenenti alla comunità di San Marco in Lamis, laboriose e fiduciose nella forza del proprio impegno per quella terra. La mia stessa storia individuale, impastata con quella di mio padre, aveva reso possibile che ci fossi io tra le primissime persone in grado di tendere uno sguardo di accoglienza sincera verso la famiglia Luciani. Soprattutto, abbracciare timidamente e con tanto pudore le vite dei due fratelli, incominciando dalle loro fotografie riportate dai giornali, i loro visi abbronzati e sorridenti, con la consapevolezza che anche a loro era toccato essere strappati da una vita fatta di affetti e di tante cose che non avrebbero mai voluto lasciare, a causa di una violenza assurda che conoscevo bene. Una strage, un episodio che aveva acceso all’improvviso i riflettori su un territorio che aveva bisogno da tanto di quella luce e che avrebbe fatto a meno, senza alcun dubbio, di quell'ulteriore e gravissimo spargimento di sangue. C’era bisogno di prendersi cura di quella storia.

Dopo tre anni è ancora più forte la consapevolezza che per questa terra c’è tanto da fare e se partiamo dalla costruzione di una memoria collettiva e identitaria che ci aiuti a comprendere quella strage, anche per il forte impatto sociale che ha avuto, saremo sulla strada giusta. Abbiamo bisogno di un compagno di viaggio importante, l’amore per i nostri luoghi a partire da quella stazione abbandonata, in cui è stato girato, ormai vent’anni fa, il film di Sergio Rubini “La Stazione” e che oggi è un luogo di memoria in cui svetta una grande croce voluta per ricordare i fratelli uccisi.
 

Senza dubbio la costruzione di una memoria legata ai fenomeni mafiosi, lì dove la storia è ancora tutta da scrivere, che appartenga a tanti e di cui si avverta la necessità nell’oggi, non è percorso semplice ma è necessario e urgente, soprattutto perché le mafie agiscono nell’attualità delle nostre vite e questo fa paura, rischia di attribuire alle mafie l'immagine di un male assoluto, che contiene in sé il rischio dell'oblio. Ricordare Aurelio e Luigi, sentire nel profondo delle coscienze le parole dei loro familiari e gli sguardi dei loro bambini rimasti senza padre, significa credere che il concetto di memoria viva abbia molto a che fare con l'attività di contrasto reale alle mafie. Sono fortemente convinta che la Memoria Viva sia generativa non solo di risposte essenziali ma anche di coraggio, una parola che condivide con la parola ricordo il termine latino “cor”, cuore.

Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera

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