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Migranti, non è questione di sicurezza o di ordine pubblico

Dalle pagine del periodico cattolico Vita Pastorale, don Luigi Ciotti, ragiona intorno alle politiche su sicurezza e immigrazione messe in campo dal governo Lega/5 Stelle

Sull’accoglienza dei migranti le parole più profonde e vere le ha pronunciate, ancora una volta, Papa Francesco. Lo scorso 14 gennaio, in occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato, ha parlato delle paure che suscita l’immigrazione. Paure «legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano» perché «non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze». Paure, dunque, che non costituiscono un peccato perché: «Peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità» (…) «Peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, con il diverso, con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata d’incontro con il Signore».

Il migrante come capro espiatorio

Non si potrebbe dire di più e di meglio. Le parole del Papa illuminano la dimensione etica che dovrebbe caratterizzare la vita di ciascuno di noi. Sottolineano l’importanza dell’incontro con l’altro come fondamento del nostro essere umani, e c’invitano a impedire che la paura del diverso e dello straniero diventi il criterio delle nostre scelte e dei nostri giudizi. Parole sulle quali tutti dovrebbero riflettere, ma in particolare chi sta cercando di trasformare una tragedia umanitaria in una questione di sicurezza e di ordine pubblico.

Certe misure – nel nostro Paese e non solo – hanno l’evidente scopo di ostacolare l’accoglienza e rendere plausibili, anche sulla base di un’informazione tendenziosa o apertamente manipolata, azioni che trascendono ogni limite etico, ogni senso minimo di umanità. L’obbiettivo è rappresentare il migrante come un pericolo e un potenziale criminale, comunque sia una persona da respingere, arrestare o scaricare di nascosto oltre frontiera alla stregua di uno scarto ingombrante e inquinante (accade lungo il confine ovest tra Francia e Italia a Bardonecchia e a Claviere, ma anche lungo quello orientale tra Italia e Slovenia e poi da lì in Croazia e Bosnia, fuori dall’Unione Europea). Azioni favorite dal vuoto o dalla debolezza legislativa (un trattato come quello di Dublino va contro ogni principio di condivisione e corresponsabilità) e da accordi internazionali che appaltano la “gestione” dei migranti a dittature repressive come la Turchia o Stati in mano a bande armate e gruppi criminali come la Libia. Azioni infamanti di cui l’Europa – culla dei diritti umani e della democrazia – dovrà un giorno rendere conto.

Le immigrazioni sono deportazioni indotte

È fondamentale allora, a fronte di tale emorragia di umanità, denunciare le violenze, le ipocrisie, le manipolazioni. Non si tratta – come dicono gli impresari della propaganda – di essere “buonisti”, ma di esercitare la ragione e l’analisi onesta delle cose, quindi proporre misure che tengano conto della realtà e non la occultino sotto la grancassa degli slogan.

La prima cosa da sottolineare è che l’immigrato non è il “nemico” ma semmai la vittima. Le migrazioni ci sono sempre state, fanno parte della storia dell’umanità. Ma se hanno toccato negli ultimi trent’anni i picchi che conosciamo è a causa di un sistema politico ed economico che ha prodotto laceranti disuguaglianze, sfruttato e depredato intere regioni del pianeta, concentrato enormi patrimoni in poche mani, dichiarato guerre per l’appropriazione esclusiva delle materie prime e, di conseguenza, costretto – le migrazioni sono di fatto deportazioni indotte – milioni persone a lasciare gli affetti, i legami, le case. Ma se le cose stanno così (e ormai anche i sostenitori più accesi del neo-liberismo faticano a negarlo), chi è il “nemico”: gli immigrati o un sistema economico che il Papa ha definito «ingiusto alla radice» e una politica che lo ha favorito, spalleggiato, se non addirittura rappresentato?

La vita abbatte i muri

La seconda cosa da sottolineare è che i muri, i fili spinati, le frontiere fortificate non sono solo disumani, sono anche inutili. Il corso della storia non lo si può fermare ma lo si può certo governare, e governare, in questo caso, significa appunto cominciare a ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie, gli squilibri sociali e climatici, facendo in modo che ogni persona, a ogni latitudine, possa vivere una vita libera e dignitosa: lavorare, abitare, aver garantite un’istruzione e un’assistenza sanitaria. Solo così la migrazione può essere contenuta in limiti fisiologici, smettere di essere un disperato esodo di massa che nessun muro o legge potrà mai fermare. Per governare fenomeni globali occorrono risposte globali, con buona pace della retorica “sovranista” e delle sue allarmanti derive nazionaliste, fasciste e razziste. C’è chi afferma che questa risposta globale sia un’utopia dettata appunto dal “buonismo”. Ma allora era buonismo anche quello che ha ispirato la Dichiarazione universale dei diritti umani e la nostra Costituzione nel 1948 o la Convenzione di Ginevra sui rifugiati nel 1951. Documenti che hanno inteso archiviare una stagione di barbarie e di oppressione inaugurandone una di libertà e di democrazia. Se questa è utopia, l’alternativa è la guerra, esito inevitabile – insegna la Storia – degli egoismi degli Stati-nazione.

Un’iniezione di umanità

Terzo aspetto da sottolineare. Se governata, l’immigrazione diventa per chi accoglie non solo un’opportunità ma una necessità. L’Europa – e il nostro Paese in particolare – è un continente di diffusa denatalità con conseguente innalzamento dell’età media della popolazione. A livello mondiale le tendenze demografiche (figlie come sappiamo di fattori economico-politici) sono destinate a spostare assetti consolidati. Se la tendenza attuale troverà conferma, fra quindici anni, nel 2033, avremo una popolazione di 8,4 miliardi di abitanti (1,56 miliardi di più) di cui il 58% (4,9 miliardi) in Asia e il 19% in Africa (attualmente è il 9%). I Paesi sviluppati conosceranno nel loro insieme un forte calo: dal 17,6% al 7%! Non è allarmistico dire che, senza una decisa inversione di marcia, il rischio sui tempi lunghi è l’estinzione e su quelli brevi una sempre più marcata irrilevanza politica e economica. Diventa allora imprescindibile una “iniezione” di umanità giovane e anche “diversa”, capace di arricchire e modificare costumi e culture cariche di storia ma incapaci ormai di reggere il confronto con la realtà e di leggerne i cambiamenti, e una politica che sappia guardare lontano, che voglia realizzare speranza e non speculare sulle paure, non può non saperlo. Per tornare a noi, il fallimento dello ius soli, una legge per costruire futuro e per dare a 600mila bambini figli di genitori stranieri ma nati in Italia il diritto, la responsabilità e anche l’orgoglio di sentirsi italiani, è un esempio di come quella politica sia nel nostro Paese merce sempre più rara.

La paura e la speranza

C’è infine l’aspetto che si lega alla citazione iniziale di Papa Francesco, un aspetto insieme etico e spirituale, umano e esistenziale: l’incontro con l’altro non è solo una scelta di coscienza – e per noi credenti un atto di fedeltà al Vangelo, il che rende lo scansarlo o il rifiutarlo un peccato. È anche una struttura dell’esistenza. Nessuno di noi, nel momento in cui è venuto al mondo, sarebbe sopravvissuto se non fosse stato accolto, se non avesse trovato mani e cuori accoglienti, capaci di abbracciarlo, nutrirlo, proteggerlo. L’accoglienza è vita che sorregge la vita, vita che si apre e si moltiplica, che non ha paura di ciò che viene perché vede in ciò che viene il suo stesso futuro.

Gesù – ci ricorda il Papa – è stato un profugo, un esiliato. Sta allora a noi, in questo tempo avaro di accoglienza, riconoscere nel volto dei migranti quello di milioni di “poveri cristi” bisognosi come noi di accoglienza e di umanità, e costruire con loro e a partire da loro un futuro più giusto, dove ogni persona sia accolta e riconosciuta nella sua dignità e dove siano le speranze, non più le paure, il motore delle nostre scelte e delle nostre azioni.

d. Luigi Ciotti  31.12.2018 | Vita pastorale

 

 

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