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Edicola confiscata a Pisa, tra mafie, degrado e comunicazione politica

"Quelle sterili chiacchiere a vuoto". Il racconto di chi quella esperienza ha vissuta da dentro e da protagonista.

“Quelle sterili chiacchiere a vuoto”. L’epopea dell’edicola confiscata a Pisa tra mafie, degrado e comunicazione politica.

All’inizio del 2020 il Nulla è arrivato in Borgo Stretto, nel cuore della città di Pisa. E un bene confiscato alla mafia vi si è dissolto. Sparito, nel Nulla, senza lasciare tracce né notizie alcune. Dal Comune, nessuna risposta: tutti in ferie. L’unico a non temporeggiare nelle vacanze natalizie pare sia l’Onorevole Edoardo Ziello, che sui social rivendica l’atto in un “Noi” di stampo leghista.

“ Non c’è bisogno di tenere una carcassa di ferro degradata che ostruisce il passaggio in una delle assi pedonali principali della città di Pisa (Borgo Stretto), per testimoniare la lotta alla mafia. Noi - a differenza del Pd - abbiamo dato una delega specifica al ‘contrasto alle mafie’ ad un assessore che prima non c’era. Serve l’Antimafia dei fatti e non delle chiacchiere sterili a vuoto. Siete d’accordo?”  (nota 1)

Il bene in questione è un’edicola che, per cinque anni, dal 2014 al 2018, è stata il primo esempio in Toscana di riutilizzo sociale di un bene confiscato alle mafie secondo la 109/96, legge di iniziativa popolare. Era stata sequestrata nel 2013 dal Tribunale di Reggio Calabria su base delle indagini della DIA di Messina, cui è seguita la confisca di beni pari a 400.000€ riconducibili a Orlando Giordano Galati, esponente di spicco dei clan tortoriciani. Nel 2010, la sentenza di condanna aveva assegnato al boss venti anni di reclusione per reati di associazione mafiosa, omicidi e estorsioni.

Il 5 giugno del 2014 Don Luigi Ciotti ha tagliato il nastro rosa che inaugurava la restituzione del bene alla collettività. La riapertura, promossa dal coordinamento provinciale di Libera Pisa, ha visto il coinvolgimento della Cooperativa sociale Axis: il chiosco ha creato occupazione per due dipendenti ed è tornato a vendere giornali. Si è coltivata una collaborazione con il Master APC di Pisa, primo master in Italia in Analisi, prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione, che ha contribuito a rendere l’edicola un luogo di formazione sui temi della giustizia sociale.

La crisi del settore editoriale , tra calo delle vendite cartacee e bassi margini di profitto, non ha aiutato la già ardua avventura di riutilizzo del bene: i molti oneri di spesa - locazione verso l’autorità giudiziaria, suolo pubblico, pubblicità - non hanno tenuto conto della particolarità dell’azienda confiscata. E’ così venuta meno la sostenibilità del progetto da un punto di vista economico. Le difficoltà sono state palesate, ma le richieste di aiuto sono rimaste inascoltate dalle autorità competenti. Le serrande dell’edicola si sono abbassate il 1 marzo 2018, a qualche settimana dalla Giornata della Memoria e dell’Impegno in memoria delle vittime innocenti delle mafie che, in Toscana, si è celebrata proprio a Pisa. A maggio, il chiosco è stato una delle tappe di Onda Libera, il camper-tour di Libera Toscana che ha mappato sequestri e confische nella regione.

Occorre precisare che i beni confiscati non appartengono mai a Libera, come molte testate giornalistiche hanno erroneamente affermato: l’impegno dell’associazione risiede nel promuovere progetti di partecipazione e nel fare da ponte tra leggi e istituzioni, affinché quest’ultime si adoperino a realizzare le prime. L’impegno sui beni confiscati non è autoreferenziale; in altri termini, Libera non agisce per Libera ma per la collettività, affinché la collettività sia libera, con la L maiuscola, dagli abusi di potere. Che sia esso mafioso, massone, fascista.

Subito dopo la cessazione dell’attività, si sono aperti tavoli di dialogo tra associazioni, università, scuola e istituzioni - tra cui il Comune - per costruire assieme il futuro del bene. Negli scorsi mesi di maggio e giugno il Coordinamento di Libera Pisa e il Presidio universitario intitolato al giornalista Giancarlo Siani si sono fatti promotori de “Le settimane dell’edicola”, una serie di iniziative per stimolare dibattito e partecipazione circa la nuova vita del bene confiscato. Cento studenti delle scuole elementari hanno attaccato i propri pensieri ai vetri del chiosco, in un flash mob colorato.

Oggi, dell’edicola, non rimane colore. Il bene confiscato è stato rimosso, assieme alle lettere, tra la sera dell’1 e la mattina del 2 gennaio (nota 2), senza alcuna comunicazione alla cittadinanza e alle associazioni che ne avevano seguito la storia. Cancellato. Nell’unico momento dell’anno in cui i Lungarni tacciono: nessun testimone, nessun corpo del reato.

Ma il carro vuoto fa più rumore e il il tentativo di muoversi nel silenzio non è riuscito: la risposta indignata di molte cittadine e cittadini è stata immediata. Se è vero che gli spazi si rivestono di valore in base alle esperienze e alle vicende che vi accadono, questo vuoto significa, così come quello spazio significava. Aveva un valore socialmente strutturato, aiutava a leggere il territorio e a comprenderne i meccanismi di potere. Esattamente ciò che al potere non piace. La risposta del Comune è arrivata, tardivamente, il 4 gennaio(nota 3). La maggioranza consiliare ha spiegato “necessaria la rimozione di una struttura fatiscente e in disuso in una zona in fase di riqualificazione”. Come la zona di Borgo, in cui già da dicembre la lotta al degrado si è realizzata attraverso la rimozione delle rastrelliere, a riprova di come un Comune che ha dichiarato l’emergenza climatica(nota 4) abbia a cuore la mobilità ciclistica nella città.

Il decoro urbano passa dunque dall’inserimento di fioriere in sostituzione degli stalli per il parcheggio delle bici e dal contentino di una targa in sostituzione di un bene confiscato. Giusto per evitare le polemiche contro “un atto privo di connotati di viltà e vigliaccheria", come ribadito dalla consigliera comunale leghista Maria Punzo. Niente di cui stupirsi, se con “coraggio” si intende la decisione di affrontare tematiche complesse con l’arroganza di un decoro performativo, mirato a schematizzare il profondo concetto di bellezza nell’opposizione: gradevole o sgradevole agli occhi.

Stranamente, degradante non è l’incapacità di un’amministrazione di promuovere infrastrutture e servizi per la mobilità ciclistica in una città altamente percorsa in bicicletta, soprattutto dagli studenti che si vedono quotidianamente ricattati dal furto e dalla rivendita illecita di bici. Altrettanto singolare è che le condizioni in cui versava l’edicola, definita “un ferro vecchio”, non siano state rintracciate nell’abbandono e nell’interesse mostrato nei soli momenti di convenienza politica dai rappresentanti delle istituzioni cittadine - attuali e precedenti, di stampo PD - e dalla mancanza di supporto dell’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati, che, dal 2014 ad oggi, ha ostacolato più che promosso il percorso di riutilizzo sociale.

Viene alla mente la definizione di degrado data da Salvatore Settis quando parla di un complessivo declino della società, della vita politica, delle regole del vivere comune, della corruzione diffusa, del ruolo delle mafie nella vita pubblica e nell’economia, della manipolazione delle notizie e della monetizzazione di ogni valore. […] Siamo, ci sentiamo, fuori luogo, anche nelle nostre città. Non riconosciamo gli orizzonti (fisici e politici) che ci circondano. (nota 5). Ma è davvero fuori luogo, si interroga Settis, prendere parola quando intorno a noi una minoranza senza principi ci depreda?

L’azione popolare che lo ha fatto si è vista rimbalzate le responsabilità che competono alle autorità. Classico meccanismo a cui siamo abituati da tempo: le contraddizioni della politica - e del capitale - scaricate sulle spalle del popolo.

Così il 7 gennaio, è stato il popolo a ritrovare l’edicola nell’omertà dell’amministrazione (nota 6): un cittadino guidato da buon intuito svela il corpo del delitto in un deposito comunale. Delle lettere scritte dai bambini nessuna traccia: la loro rimozione dalla teca pare l’unico atto di cura dimostrato - sempre che, successivamente, il materiale sia stato conservato.

Il “ferro vecchio” è spoglio, non ci sono più giornali, riviste, fogli. Ma la scritta "Questo è un bene confiscato alla mafia!" è ancora là, gridata nel silenzio dell’abbandono. Quasi a dimostrare come la parola dell’informazione, oggi, abbia ancora valore. Soprattutto per un’edicola. Dove l’inchiostro stampato su carta piace, perché da un peso alle parole mentre la politica preferisce affidarsi ai social.

Inoltre, è difficile cancellarlo: serve a conoscere e interpretare i fatti.

E a distinguerli, appunto, dalle chiacchiere.

Monica Maurelli , Presidio Libera Pisa Giancarlo Siani ed edicolante  come dipendente della Cooperativa Axis

 

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2 Il Tirreno, 02/01/2020 https://iltirreno.gelocal.it/pisa/cronaca/2020/01/02/news/pisa-rimossa-l-edicola-confiscata-alla-mafia-1.38279612

3 La Nazione, 04/01/2020 https://www.lanazione.it/pisa/cronaca/edicola-antimafia-rimossa-1.4965376

4 Il Tirreno, 24/10/2019 https://iltirreno.gelocal.it/pisa/cronaca/2019/10/24/news/anche-pisa-dichiara-l-emergenza-climatica-1.37785725

5 Salvatore Settis, Paesaggio, Costituzione, cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Einaudi, 2010, cap. VII

6 Il presidio Libera Pisa Giancarlo Siani annuncia il ritrovamento su facebook: https://www.facebook.com/PresidioLiberaPisaGiancarloSiani/posts/3180184081998943?notif_id=1578403007931032¬if_t=page_post_reaction

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