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«Spesso sono le madri a dire: "Adesso Basta"»

Enza Rando, vicepresidente di Libera racconta il progetto Liberi di Scegliere.

Liberi di scegliere. In famiglie in cui la mafia si eredita, i figli dei boss devono essere messi in grado di poter fare scelte diverse. È l’obiettivo dei due protocolli d’intesa firmati, tra gli altri, dal ministero dell’Interno, da quello della Giustizia, dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, dalla Procura nazionale antimafia, da Libera. «La Cei, con ancora segretario monsignor Nunzio Galantino, ha messo anche risorse economiche e logistiche per dare aiuto alla rete di protezione», spiega l’avvocato Enza Rando, 50 anni, vicepresidente di Libera. Avvocato, tra gli altri, di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009 dal suo ex compagno (condannato in via definitiva grazie alla testimonianza della figlia Denise), la Rando è convinta che «l’allontanamento dal territorio è importantissimo per i minori e per le loro madri. Serve loro per comprendere tante cose».

Quante persone state seguendo?

«Attualmente una trentina. Tutte diverse: ci sono minori che hanno commesso reati e magari hanno la messa alla prova, o, a livello civilistico, famiglie maltrattanti dalle quali i figli sono stati allontananti o con una decadenza di potestà genitoriale o momentaneamente. Minori soli o accompagnati dalle mamme. Queste donne non sono né collaboratrici di giustizia, né testimoni, quindi le aiutiamo a rifarsi un’altra vita, a trovare una casa, un lavoro, cosa non facile per chi ha avuto una sentenza di condanna per 416 bis. Allontanarsi per salvare i propri figli è una scelta forte, ma necessaria».

Una scelta forte anche per le famiglie che accolgono?

«Facciamo un lavoro di formazione perché chi accoglie deve sapere cosa è la ’ndrangheta, cosa sono le mafie. Sia per fare la giusta accoglienza, per parlare con loro, per comprenderne i linguaggi, ma anche per essere consapevoli della scelta. Ci vuole coraggio perché possono avere anche delle ripercussioni. Di recente ci è capitata una giovane famiglia di insegnanti senza figli che hanno avuto in affido formale due bambini. Un’esperienza molto bella per i minori che hanno potuto ritrovare la loro normalità di bambini. Questa famiglia, che non sapeva cosa erano le mafie e non aveva mai visto un carcere, si è resa disponibile a portare tutte le settimane in carcere i bambini per incontrare la mamma».

Cosa l’ha colpita in questi anni?

«Una mamma uscita da poco dal carcere, che aveva ripreso i suoi due bambini intanto affidati ad altri. Si è imbattuta nella targa che ricordava un’altra mamma, uccisa in un attentato mafioso in cui non c’entrava nulla, mentre accompagnava a scuola i suoi bambini. L’ha fotografata e me l’ha mandata commossa. Ha voluto sapere tutto su quella storia. Anch’io mi sono commossa e penso che, oggi, i suoi due bambini sono in buone mani».

20/05 | Annachiara Valle Famiglia Cristiana

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