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Disegno di legge anticorruzione

Libera: " Una riforma anticorruzione che nasce già monca: il Daspo non basta se non si riforma la prescrizione".

"Siamo in presenza di una riforma anticorruzione che nasce già monca e che non sana le ferite di una giustizia scientemente ridotta all'impotenza quando si attiva contro criminali dal colletto bianco e che, soprattutto, non incide sul nodo cruciale della prescrizione, rinviata ad altra futura legge. Non riduce e semplifica le troppe fattispecie di reato oggi previste dal codice penale, né cancella i discutibili vincoli (la sussistenza di reati associativi) imposti dall'ultimo codice antimafia alla possibilità di confisca dei beni di corrotti e dei corruttori. Si tratta di una riforma che non tocca le nuove, sfuggenti forme di "corruzione a norma di legge", nelle quali le retribuzioni illecite si smaterializzano in anonimi contributi a fondazioni politiche o in altri giochi di prestigio contabile, e che non sembra preoccuparsi affatto di dispiegare la necessaria lotta alla corruzione anche sul versante della prevenzione, valorizzando e potenziando sia l'azione dell'Autorità nazionale anticorruzione che gli strumenti di cittadinanza attiva e di trasparenza. In una nota Libera commenta le anticipazioni del nuovo disegno di legge anticorruzione che si reggerebbe su due pilastri: il cosiddetto "Daspo" per i corrotti e l'estensione della figura dell'agente sotto copertura anche ai reati contro la Pubblica amministrazione – attualmente è limitato a reati di mafia e traffico di stupefacenti.

Nel dettaglio- commenta Libera- lo spauracchio del Daspo rischia di diventare un'arma spuntata se i tempi ristretti di prescrizione continueranno a lasciar presagire una fine precoce di qualsiasi inchiesta complessa (si veda il processo per il disastro ferroviario di Viareggio), nel ventre molle di un apparato giudiziario tanto spopolato di personale quanto affollato di procedure farraginose, nel quale chiunque abbia risorse per assoldare i migliori studi legali ha alte probabilità di stirare i tempi del procedimento fino alla sua eutanasia. Questo vale specialmente per gli impresari, che persino nella remota ipotesi di una condanna potranno sempre convertirsi in "facilitatori" o assoldare prestanome per proseguire nei loro traffici con politici e funzionari come prima – anzi, più di prima, visto che in Italia spesso una condanna per corruzione si converte in patente di affidabilità successiva. La prospettiva di un'interdizione a vita in caso di condanna può paradossalmente consolidare il patto di ferro che lega i partecipanti all'illecito, spingendoli a un'omertà ostinata, e nel contempo scoraggiare il ricorso a procedimenti speciali (come patteggiamento, rito abbreviato, etc.), così gravando ulteriormente su un sistema giudiziario sovraccarico, rallentandolo. Nulla da eccepire sulla potenziale utilità degli agenti sotto copertura. E' bene però non farsi illusioni eccessive sulla loro funzione catartica. Un agente infiltrato potrà forse prendere con le mani nel sacco qualche ladro di polli negli uffici pubblici dove si manifestano forme di micro-estorsione o di corruzione spicciola. Ma laddove la corruzione si è fatta pratica consuetudinaria e sistemica, specie quando entrano in ballo grandi affari e appalti milionari, disporre di una consolidata reputazione, aderenze e contatti personali, "referenze" di personaggi affidabili risulta una precondizione necessaria per accedere a quei circuiti di scambio occulto. Anche sulla robustezza della "copertura" si potrebbe discutere. Negli ultimi anni- conclude Libera- tutte le più significative inchieste di corruzione hanno mostrato il coinvolgimento attivo di giudici, forze di polizia, agenti dei servizi segreti in veste di imputati. Quando la corruzione risulta molto redditizia e ben organizzata, è naturale che i suoi protagonisti dispongano di relazioni e capitali (illeciti) coi quali acquisire anche informazioni su canali e modalità di indagine, così disinnescandole.

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