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Due giorni insieme a Greccio (RI)

Preti, religiosi e religiose che condividono il cammino di Libera si sono riuniti, come da anni ormai, per riflettere sulle sfide dei tempi attuali e sulla presenza nascosta del Dio di Gesù in quelli che oggi fanno più fatica.

Ci siamo riuniti, come da anni ormai, preti, religiosi e religiose che condividono il cammino di Libera. Due giorni insieme a Greccio, ad un passo da Rieti, la dove Francesco di Assisi immaginò e realizzò il primo presepe per celebrare la bellezza di un Dio che si incarna nelle fragilità degli uomini; e quale posto migliore per riflettere appunto sulle sfide dei tempi attuali e sulla presenza nascosta del Dio di Gesù in quelli che oggi fanno più fatica, in quanti cercano di riprendersi in mano una vita spesso fatta di sbagli e abissi, e in tanti fratelli e sorelle sempre più schiacciati e respinti da una cultura che rischia di disumanizzarsi sempre più.

Abbiamo dunque riflettuto sulla Lettera dei Vescovi siciliani con la quale nello scorso mese di maggio hanno voluto ricordare l’appello di Papa Woityla ai mafiosi nella Valle dei templi, ad Agrigento: cosa dicono a noi, oggi, quelle parole? Quale confine tracciare, e come tracciarlo, fra la costante ricerca della verità e della giustizia in difesa delle tante vittime innocenti di mafie e la scommessa della misericordia per scommettere sempre e nonostante tutto sul mistero della vita che può sempre rifiorire anche la dove hanno dominato scelte di morte? E poi ancora nel partire proprio dal titolo della Lettera dei vescovi, “Convertitevi”: a chi? A cosa? A quale Dio?

L’immagine di Dio: eccolo, allora, l’altro punto nodale della nostra riflessione di questi giorni, convinti come siamo che solo una profonda e costante operazione di purificazione dell’immagine che di Lui ci siamo fatti può aiutarci ad incontrare l’umanità nelle sue fragilità, nelle sue diversità e nelle sue ricchezza. Solo liberare Dio da ogni concezione religiosa che lo allontana dal messaggio di Gesù di Nazareth, può aiutarci nel liberare l’uomo da tutti quei meccanismi di sopraffazione e di violenza che quotidianamente gli negano la sua dignità, che è appunto l’immagine di Dio che porta in se.

E dunque, come avremmo potuto, in questi giorni, non occupare gran parte delle nostre riflessioni sulla questione che mai come in questi ultimi tempi nel nostro Paese divide, e nello stesso tempo ci inquieta e ci angoscia: la questione dei migranti.

Una cultura di muri e di fili spinati, certo; un’aria di chiusura e di latente razzismo, certo; una politica fatta sempre più di slogan e di pancia piuttosto che di equilibrio e di senso della dignità di ciascun uomo e ciascuna donna, certo; un diffuso clima di paura per le attuali incertezze economiche che alimenta sempre più una vera e propria guerra fra poveri – e che non può non essere considerata –, certo; abbiamo tanto dibattuto su tutto ciò ma la nostra riflessione ha voluto anche fermarsi sulla speculazione mafiosa e delle varie organizzazioni criminali transazionali sull’intero fenomeno della tratta, dalle partenze agli arrivi, o meglio prima ancora delle partenze, laddove – in non pochi Paesi del cosiddetto Terzo Mondo – forme predatorie del capitalismo mafioso, sempre più a braccetto con le manifestazioni quotidiane di un capitalismo selvaggio, hanno generato condizioni di povertà, di miseria estrema e di guerre creando i presupposti per la fuga di tanti.

Impotenza, forse, tanta indignazione, ma anche una gran voglia da parte di tutti noi di continuare a metterci in gioco, di sporcarci le mani con i respinti, con gli ultimi, con i fragili – che sono il luogo della manifestazione quotidiana di Dio – e di sapere con convinzione da che parte stare, senza mai cascare nella tentazione delle separazioni giustizialiste fra buoni e cattivi, ma piuttosto nella logica evangelica del grano e della zizzania che crescono insieme. 

Perché questo fu il Natale di Betlemme: il grano divino che si impasta con la zizzania umana, che si nasconde fra la zizzania umana, che parla anche attraverso la zizzania degli uomini.
Per questo siamo venuti a Greccio.

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