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"Riaprite la strada per la tomba di mio padre, ucciso perché disse no alla 'ndrangheta"

Cartisano, assassinato in Aspromonte 25 anni fa: aveva fatto arrestare i suoi estorsori. Parla la figlia che ne ha raccolto l'eredità: "Un oltraggio alla memoria il sentiero chiuso per crolli e incuria.

"Scavavo a mani nude su un terreno bagnato di lacrime: ciò che in quel momento era una vittoria in realtà era la sconfitta che non avevo dimenticato". Ne parla in pubblico per la prima volta e si commuove ancora Francesco Costabile, poliziotto nella squadra del Commissariato di Bovalino che nel 2003 ritrovò il corpo di Adolfo Lollò Cartisano, l'ultimo di una tremenda stagione di sequestri di persona che all'inizio degli anni novanta gettò sulla Locride intera lo stigma delle anime nere.
 
Cartisano è stato un calciatore professionista e poi un fotografo affermato, negli anni '80 alle richieste dei clan rifiutò di pagare il pizzo e fece arrestare gli estorsori, poi i clan dei boschi decisero di finanziare la loro opa sul narcotraffico con i rapimenti. La notte del 22 luglio 1993 lo prelevarono nella sua casa sul mare  a Bovalino insieme alla moglie, che fu ritrovata stordita e legata a un albero sulla strada che porta in Aspromonte. Il riscatto fu pagato, ma Lollò a casa non tornò mai, gli inquirenti riuscirono a trovare e far condannare i suoi sequestratori, ma non è mai scoperto il nome dei carcerieri.
"Piangevo perché lo conoscevo Cartisano, ep oi perché anche noi abbiamo un cuore e quello fu un periodo in cui fu messo a dura prova: una corsa contro il tempo che per giorni e notti durati mesi non ha conosciuto soste. Volevamo con tutte le forze provare a riportare dalle loro famiglie cittadini onesti, ma a volte andava bene e altre no, per questo quel giorno a Pietra Cappa resta indimenticabile". 
 
A dieci anni del sequestro, arrivò alla famiglia la lettera anonima di uno dei carcerieri di Lollò che, probabilmente in punto di morte, chiedeva perdono alla famiglia indicando indizio dopo indizio il luogo impervio nel comune di San Luca dove era sepolto il suo corpo. "Fu la prova che può fiorire anche un cuore di pietra, che tutto può cambiare anche quando ormai non ci credi più", commenta Deborah Cartisano, oggi fotografa come il papà. In quegli anni scese in piazza per risvegliare le coscienze di un paese scioccato da diciotto rapimenti in quindici mesi, oggi con Libera di Don Ciotti sotto la montagna dove è seppellito suo padre cerca di tenere unite le storie delle decine di vittime innocenti rimaste ancora senza verità e giustizia. 
 
"Ogni anno veniamo qui in tanti per far marciare e non marcire la memoria, ma questo è il primo anno che non possiamo arrivare al luogo dove è seppellito papà, perché crolli e incuria sul percorso ce lo impediscono". Sulla radura dove si ferma il sentiero c'è sua madre Mimma, il suo calvario si placò solo dopo il funerale del 3 agosto 2003 e da quando non riesce più a raggiungere la tomba di suo marito è come se gliel'avessero portato via di nuovo. Perché da tempo è stato chiesto alle autorità, che in queste settimane istruiscono le pratiche per la candidatura Unesco del Parco dell'Aspromonte, di ricostruire e mettere in sicurezza il percorso che porta alla tomba di Cartisano. "Siamo arrabbiati e vogliamo che il nostro appello venga accolto, questo è un luogo simbolo per la Calabria migliore, prima che diventasse luogo di orrori mio padre veniva a fare foto qui e spesso accompagnava gruppi di escursionisti. Che la montagna che ha tanto amato sia l'ultima cosa che ha visto è un pensiero che mi consola.
 
C'è anche una schiera di ragazzi con le magliette rosse, c'è il vescovo di Locri Francesco Oliva, appena nominato nel direttivo nazionale di Libera e con lui tanti sacerdoti; seduti di fronte a loro ci sono i parenti di Massimiliano Carbone, Cecè Grasso, Pino Russo Luzza, Fortunato Correale, Celestino Fava. A turno raccontano ai più giovani la storia dei loro congiunti scomparsi e quella dei parenti di chi non può esserci fisicamente, come i Congiusta, i Gatto e i Tizian: oggi sono tutti una grande famiglia di coraggio. 
 
Fra loro Stefania Grasso alza la voce: "Siamo sotto il monolite più grande d'Europa, basterebbe solo questo per convincere le istituzioni a ripristinare un percorso di ricchezze naturalistiche uniche, che farebbero di questo territorio finalmente cosa di tutti e mai più cosa loro". Pochi giorni fa in una campagna vicino a Seminara c'è stato un agguato in cui è stato ferito un bambino di dieci anni, Don Tonio dell'Olio ricordandolo ammonisce: "Come per tutte le vittime innocenti che ricordiamo oggi, scriveranno che questo bimbo per cui preghiamo si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma dobbiamo rompere il fatalismo e ribadire che non è così, che qui c'è tanta gente che vuole una vita normale e che al posto sbagliato nel momento sbagliato sono solo i mafiosi".

di Alfredo Sprovieri

La Repubblica, 25 Luglio 2018 

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