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Don Luigi Ciotti racconta cinquant'anni del suo impegno con Libera e Gruppo Abele

Seduto al tavolo di uno studiolo "francescano" delle Acli, a Trastevere, Luigi Ciotti accetta un incontro che ritiene «tempo rubato» agli impegni di una giornata che non finisce mai. A dispetto dei suoi "quasi" 73 anni, si muove, scatta, parla con lo stesso vigore di un ragazzo che non si è mai fermato nella ricerca degli altri, dei più fragili, dei poveri, dei perseguitati, dei fuggiaschi, delle vittime di tutte le mafie. Aveva 17 anni quando cominciò e non era ancora sacerdote. Era appena arrivato a Torino, con la sua povera famiglia, da Pieve di Cadore. È passato più di mezzo secolo e il risultato di tanto lavoro oggi è sotto gli occhi di tutti: le "miracolose" realtà del Gruppo Abele e di Libera. Solo un ostinato sognatore poteva mettere insieme 1600 associazioni, di culture, religioni, e persino etnie diverse e trasformarle in un motore che gira all' unisono. Ma lui, Luigi, non ama parlare di sé. Si schermisce con una delle sue battute e, alla domanda su cosa prova a essere il protagonista di un documentario che andrà in onda stasera sulla Rai, risponde: «Io non sono io, io sono noi. Essere gruppo è la chiave per vincere anche le battaglie più difficili». Non è un personaggio facile, Ciotti. Neppure con la Chiesa ha avuto rapporti sempre sereni. Quando gli hanno fatto notare la distanza con le opulente stanze di San Pietro, ha glissato senza polemiche: «Non vado perché non ho la giacca buona». E anche con la politica non c'è stata sempre sintonia: «Bisogna prendere atto delle cose buone che vengono realizzate, ma non adagiarsi. Il grido di dolore che viene dalla strada non ci può concedere distrazioni. Non si può parlare di disagio sociale senza ascoltare e stabilire una comunicazione vera con quelle persone che il disagio lo vivono quotidianamente sulla loro pelle. Altrimenti lo spazio viene occupato da altri e da altro». Parole non sempre condivise che gli hanno procurato l'ironia di chi ha accostato Ciotti a un moderno Savonarola. Ma lui continua ad agitare le grandi mani e rincara: «È inaccettabile l'immensa sofferenza che viene dalla strada. La povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà. La giustizia è il fine ultimo che la politica ha il dovere di conseguire. Missione della politica deve essere il servizio verso la comunità e prima di tutto prendersi cura delle persone più fragili, di chi sta ai margini». Sta parlando di etica della politica? «C'è un divorzio fra etica e politica ed è venuto meno il dovere di responsabilità. Anche tra di noi cittadini, attenzione. Perché anche dal basso deve venire il buon esempio. Senza l' onere della responsabilità i rapporti umani si degradano e la democrazia si indebolisce. E una democrazia fiacca può diventare strumento per forme di populismo». Si parla tanto di cambiamento, ma tra le promesse c'è anche una soluzione non pacifica del problema dell'immigrazione. Gli occhi di Ciotti si accendono: «L'immigrazione non è reato perché la speranza non può essere reato. Non si può perseguire la ricerca di una vita migliore». Il rapporto con Agnelli I primi vent' anni di Ciotti sulla strada si sono svolti a Torino. «All'inizio è stata dura, non trovavamo una casa e abbiamo abitato in una baracca. Poi le cose, pian piano, sono cambiate. La città mi ha accettato e alla fine mi ha adottato». Pure con l'avv. Agnelli ha instaurato un buon rapporto, fino a dargli del tu. «Io do del tu a tutti e voglio che tutti mi diano del tu. Siamo entrati in contatto quando ho cominciato a stare vicino alla fragilità del figlio Edoardo che trovava ristoro dal rapporto con me. Quando avvenne la tragica fine del ragazzo, l'Avvocato si rinchiuse in se stesso. Non uscì di casa per un mese. Lo rividi in seguito e mi ringraziò. Poi mi fu detto che il Gruppo Abele avrebbe ricevuto una donazione. Pensavo mi sarebbe stato donato un bus. E invece, con gran stupore di tutti, arrivò una fabbrica dismessa, un grande spazio che abbiamo messo a posto. La famiglia ha voluto che una targa ricordasse la volontà dell' Avvocato. Oggi la struttura ospita una grande biblioteca e una pizzeria biologica che è fra le più frequentate di Torino». Nel 1992 nasce Libera e l'azione antimafia. «Non amo il termine antimafia, preferisco parlare di educazione alla legalità e ricerca della giustizia. Una coincidenza quasi profetica mi ha portato all' incontro col mondo dei familiari delle vittime di tutte le mafie. Ero a Palermo il 23 maggio, partecipavo a un corso di formazione per insegnanti, quando avvenne la strage di Capaci e, incredibilmente, ero lì anche il 18 e 19 luglio, quando esplose la bomba in via D' Amelio. Tornai a Torino col cuore gonfio di dolore e gli occhi pieni del pianto di tanti familiari senza voce e privi di giustizia. Incontrai Giancarlo Caselli che si apprestava a partire volontario per Palermo. Mi chiese una mano e da allora non mi sono mai allontanato dal bisogno di quella gente del Sud d'Italia. Bisogno di libertà e giustizia, perché la mafia toglie democrazia e condiziona le vite di un popolo. Oggi, a distanza di 26 anni, diciamo che qualcosa andrebbe cambiata perché i mafiosi hanno già capito e si sono dati nuove strategie. Avverto una certa stanchezza nella battaglia, il pericolo dell' assuefazione ad una certa attività di routine. Bisogna riconoscere il buono che è stato fatto, ma chiamare il male col proprio nome, bonificare le parole e sfuggire alla suggestione di sistemarsi sotto una bandiera malleabile e sostenibile». Questo Papa sembra aver capito la necessità di contrastare le mafie. La scomunica, dopo anni di silenzi della Chiesa, ne è una prova. Luigi Ciotti non ha peli sulla lingua: «La Chiesa non può e non deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia. Papa Francesco segue questa strada. L'ho incontrato due volte ed ha sempre risposto ai nostri appelli. È una persona incredibile: gli ho portato in dono un pacchetto di caffè che prendo nella mia torrefazione preferita a Torino. Gli è piaciuto tanto che ha mandato un biglietto di ringraziamento al gestore del bar. Nel 2014 ha accettato di incontrare i familiari delle vittime senza giustizia. Al momento della benedizione gli ho messo sulle spalle la stola che fu di don Peppe Diana, il martire della Chiesa ucciso in Campania. Ha abbracciato tutti con amore, ma poi ha voluto rivolgersi anche ai grandi assenti, i mafiosi. Li ha pregati in ginocchio, come Paolo VI pregò i brigatisti di liberare Aldo Moro, invitandoli a convertirsi. Ma ha aggiunto che senza conversione non vi sarebbe stato posto per loro nella Chiesa». Ecco uno che fa la bonifica delle parole.

La Stampa, 8 giugno 2018, Francesco La Licata

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