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Marco Tullio Giordana: "Quei giorni sul set a Cinisi così ridiedi voce a Peppino"

Quel “barbudo” siciliano che sfotteva don Tano Badalamenti era un ideale scalpo appeso nella sala dei trofei di Cosa nostra. Un buco nero sul quale avevano provato a fare luce studiosi ostinati come Umberto Santino ma lontano dal diventare l’icona della ribellione siciliana. Fino a quando, era il 2000, la storia di Peppino Impastato non finì nelle mani di Marco Tullio Giordana che con “I cento passi” realizzò il film della svolta sul cinema “di mafia”: rigore storico, attori, bravi, del luogo, lingua autentica e tanti saluti a stereotipi e inflessioni fasulle che avevano segnato tanto cinema in Sicilia. E così Impastato diventò Peppino, si conquistò uno spazio mediatico e scosse un’opinione pubblica allora fresca di post-stragi e quindi assai sensibile.

Ma perché un regista si appassionò alla storia di un ribelle a ventun anni di distanza dalla sua morte?

«Peppino Impastato mi ricordava la concomitanza con la notizia del 9 maggio 1978 infinitamente più clamorosa del ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani. Questa storia mi è rimasta sempre piantata di traverso, come una spina in gola. Nel ’99 il produttore Fabrizio Mosca mi portò la sceneggiatura di Claudia Fava e Monica Zappelli ma io mi sentivo inadeguato: sono nato a Milano, vivo a Roma, ho un grande amore per la Sicilia ma temevo di non essere capace di fare qualcosa di questo tipo. Poi, però, lessi la sceneggiatura ed era talmente bella che mi sarei sentito un disertore se non avessi fatto il film. E così mi trasferii a Cinisi per capire la situazione e per farmi aiutare da Felicia e Giovanni Impastato, dagli amici di Peppino di Radio Aut. E così, grazie a loro, i volti di quella storia mi sono diventati familiari e ho avuto meno paura».

Ma cosa voleva evidenziare di Impastato?

«La cosa che mi aveva colpito era che Peppino Impastato fosse un intellettuale, che oggi è una parola impronunciabile ma allora significava applicare l’intelligenza per provare a cambiare la realtà. Le parole che usava alla radio erano fiori che sbocciavano. E poi il carattere, la simpatia travolgente di natura letteraria, i cui ascendenti sono il “Don Chisciotte”, l’opera dei pupi e la cultura siciliana: poteva trasmettere questa cultura usando il registro comico». Una scelta vincente fu quella di un cast tutto siciliano che, a partire dalla rivelazione Lo Cascio, ha dato autenticità al film.

Come è arrivato a Luigi Lo Cascio, allora misconosciuto?

«Gigi Burruano, uno dei più grandi attori italiani, che io scelsi subito per la parte del padre, mi parlò di questo suo nipote: pensavo che scherzasse, che mi stesse prendendo in giro. Quando incontrai Lo Cascio, invece, capii dal primo sguardo che Peppino era lui. Quel film rivelò un attore di grande talento e intelligenza. Lo Cascio ha saputo dare a questo personaggio una chiave affettuosa e familiare, il suo Peppino Impastato è il tuo compagno di scuola prediletto, quello che fa ridere, bravo in greco e che ti fa copiare i compiti, è spiritoso. È qualcuno che si ama e non si invidia, uno che oggi non sarebbe preda degli haters dei social. Recentemente ero con lui per strada e alcune ragazze lo hanno salutato “Ciao, Peppino”».

Lei ha girato a Cinisi, nei luoghi della vicenda: fu un set sereno o Impastato faceva ancora paura a qualcuno?

«Durante la lavorazione ci fu una doppia reazione: le persone che lo avevano conosciuto erano a nostra disposizione e ci sostennero in qualunque maniera. Ma c’era una parte reticente, sentivo un certo imbarazzo. Quando abbiamo girato il film nessuno immaginava che avesse poi suscitato tanto clamore. Io ho avuto la sensazione che Cinisi fosse pronta a trasformare il ricordo di Peppino in un valore per l’intera città. Era un momento diverso della storia, c’era ancora un’eco della Primavera palermitana, di quella voglia di cambiare incarnata dai giovani. Tutto questo era molto forte, per me, molto coinvolgente: a Cinisi ho vissuto per un anno tra preparazione e riprese, staccare e tornare a Roma è stato uno strappo per me».

Cosa successe quando uscì il film?

«Il film venne presentato a Venezia nel 2000 e ottenne un grandissimo riscontro dagli spettatori. Fu battuto da “Il cerchio” di Panahi, grande film, niente da dire, ma “I cento passi” vinse per la miglior sceneggiatura. Decidemmo di portare quel Leone d’oro a Cinisi e di regalarlo a Felicia Impastato, la persona che aveva tenuto in piedi la storia raccontata da quella sceneggiatura. Poi il film uscì in tutte le città italiane e fu un grande successo, soprattutto per la presenza giovanile. Io mi sarei aspettato gente della mia età che aveva conosciuto la storia di Impastato, invece c’erano ragazzi curiosi di conoscere questo giovane simile a loro. È stata un’esperienza andare in giro per le scuole in tutta Italia e vedere che, anche al Nord, questa figura veniva immediatamente adottata dai ragazzi che seguivano il film in silenzio. Mi capita ancora di incontrare persone che mi dicono “per me è stato importante quel film perché dopo averlo visto ho deciso di fare il magistrato”, oppure il poliziotto: e allora capisco la fortuna che mi è capitata».

 

Da Repubblica - edizione Palermo, intervista di Mario di Caro

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