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La "rivoluzione" della Città del Messico: restituisce alla comunità i beni confiscati ai Narcos

Con il contributo di Libera l'esperienza italiana della confisca dei beni esportata in America Latina

«Le autorità adotteranno misure amministrative, legislative, di bilancio e giudiziarie» al fine di «smantellare la struttura patrimoniale della delinquenza, garantendo il riutilizzo sociale dei beni» confiscati. La "rivoluzione" nella lotta alla criminalità organizzata è partita da Città del Messico. La capitale, due anni fa, è diventata a tutti gli effetti uno dei 32 Stati che compongono la Repubblica messicana. Come tale, si è dotata di una propria Costituzione, che entrerà in vigore a settembre. È quest' ultima a sancire, per la prima volta in Messico e in America Latina, il principio della restituzione alla comunità dei beni sottratti alle mafie. Il «riutilizzo sociale», appunto. Non si tratta di una questione di poco conto per una delle nazioni epicentro del narcotraffico mondiale. Una piaga che, negli ultimi undici anni, i successivi governi - di diverso orientamento politico - hanno scelto di affrontare "manu militari". Nel senso letterale del termine. Nel 2006, l' ex presidente Felipe Calderón ha dispiegato l' esercito in funzione anti-crimine. Il successore, Enrique Peña Nieto, lo ha ritirato, salvo poi riportarlo per le strade, attribuendogli funzioni di polizia, con la recente legge per la sicurezza. Approvata a dicembre nonostante le critiche dell' Onu, la Corte interamericana per i diritti umani e gli attivisti. E nonostante l' evidente inefficacia della strategia. L' impiego dei militari ha fatto crescere esponenzialmente la violenza: nel 2017, si è raggiunto il tragico record di duemila morti ammazzati al mese. In compenso, la potenza dei narcos non solo non è diminuita. Bensì è cresciuta: interi pezzi di istituzioni - e di Paese - sono nelle loro mani. «È, dunque, il momento di cambiare strada. E di affrontare il nocciolo del problema: lo smantellamento patrimoniale delle reti politiche- criminali-imprenditoriali. Cioè colpire le mafie là dove fa loro più male: il portafoglio. Per sconfiggerle è necessario sottrarre loro le risorse con cui comprano gli arsenali, corrompono i funzionali, pagano gli eserciti di sicari», spiega ad Avvenire Carlos Cruz, presidente di Cauce Ciudadano. L'organizzazione è uno dei pilastri di Red Retoño, referente messicano di "Alas-America Latina alternativa social", la rete antimafia in America Latina, coordinata da Libera. Proprio l'esempio italiano ha mostrato a Cruz - uno dei 66 costituenti incaricati di scrivere la Carta fondamentale di Città del Messico - la centralità del riuso sociale dei beni confiscati nella lotta al crimine. «C'è, in primo luogo, l'aspetto economico. Gli arresti eccellenti - la storia recente lo ha dimostrato - non bastano, da soli, a sconfiggere i narcos. Catturato il capo, il gruppo non scompare perché la struttura ha le risorse per restare in piedi. La lotta deve, dunque, concentrarsi su queste ultime: senza denaro, la mafia non può andare avanti», afferma Cruz, impegnato nel riscattare i giovani dalle reti delle mafie, dopo un passato da pandillero (esponente di una gang). Non è, però, sufficiente, sequestrare i beni ai cartelli della droga. È fondamentale assicurarsi che non tornino ai narcos per «vie traverse», mediante prestanome. Il modo più sicuro, data la corruzione imperante, «è la consegna di quelle risorse alla comunità». C' è, inoltre, un potente aspetto simbolico. I narcos spesso elargiscono «briciole» alla comunità come regalia, per dimostrare il loro potere. «L'uso sociale - conclude - svela l'inganno, affermando il diritto all'intero corpo sociale, razziato dal crimine, di essere risarcito. Per tale ragione, la Costituzione di Città del Messico rappresenta una svolta. La sfida ora è far entrare tale principio nella leggi nazionali del Messico e del resto dell' America Latina».

Esportata anche l’idea del «reimpiego sociale»

La convinzione dell'urgenza di rendere alla società quanto le era stato sottratto dal crimine l'ha maturata nelle lunghe passeggiate in Puglia. Là, negli incontri con Libera, Carlos Cruz - presidente di Cauce Ciudadano, organizzazione della rete antimafia dell'America Latina legata a "Libera" - , ha visto i ragazzini e adulti studiare, giocare e lavorare in quelle che, fino a poco tempo prima, erano stati feudi dei boss. Così ha capito che quella era la strada maestra per combattere i narcos nel suo Paese, il Messico. «Come dice la Convenzione di Palermo, il fine del crimine organizzato è il profitto. Bloccare quest'ultimo è imprescindibile per sconfiggerlo. Non è, però, sufficiente confiscare i beni alle mafie, venderli o metterli all' asta. Devono essere rimessi a disposizione della società », spiega Giulia Baruzzo del settore internazionale di Libera. L'organizzazione, fondata da don Luigi Ciotti nel 1996, è riuscita a far approvare in Italia la legge sui riutilizzo sociale di quanto confiscato alla delinquenza organizzata. Un provvedimento inedito. Che il nostro Paese ha "esportato" in Europa, con la direttiva 42 del 2014. E ora anche in America Latina. «La norma ad hoc contenuta nella Costituzione di Città del Messico è il risultato di anni di lavoro nel Continente. Cominciato nel 2005, con la creazione di Alas-América Latina alternativa sociale, coordinata da Libera. Una rete di associazioni impegnate in diversi settori ma unite dall' obiettivo comune di opporsi alla distruzione del tessuto sociale operata dal crimine organizzato e dalla corruzione - prosegue Baruzzo -. La collaborazione è basata sullo scambio reciproco di "buone pratiche"». In tal senso, Libera ha fatto conoscere il "reimpiego sociale". Un passo ulteriore fondamentale rispetto all'esproprio. Perché rompe, a livello culturale e di percezione cittadina, il tabù dell'invincibilità delle mafie. Non è facile, però, far passare tale principio in America Latina. Se la confisca è pratica comune - a fare da apripista è stata la Colombia, con la normativa 133 del 1996 -, il riutilizzo stenta ad affermarsi. «La legge guatemalteca del 2011 ha fatto qualche timido passo in questa direzione - sottolinea Baruzzo -. In Argentina, invece, più della normativa, è stato il lavoro dal basso della Fondazione Alameda, impegnata nella lotta alla tratta e allo sfruttamento della manodopera, a far nascere cooperative dove prima c' erano laboratori mandati avanti da lavoratori- schiavi». Si tratta, però, ancora di casi isolati. «Il principale ostacolo al reimpiego sistematico è l'assenza di registri aggiornati dei beni sequestrati al crimine». Il che favorisce il ritorno di questi ultimi agli illegittimi proprietari mediante vendite pilotate. «Solo il controllo della società può ridurre tale rischio», conclude Baruzzo.

Avvenire 6 gennaio 2018  Lucia Capuzzi 

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