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Anniversario omicidio fratelli Luciani

Per troppo tempo questa è stata considerata terra di nessuno, ma tutti noi “nessuno” siamo qui. E finalmente, nonostante la paura, iniziamo a pronunciare la parola mafia». Sono una accanto all’altra, Arcangela e Marianna, le vedove di Luigi e Aurelio Luciani, gli agricoltori del Gargano vittime innocenti di una strage di mafia consumata nella campagne di San Marco in Lamis due anni fa esatti. In questo lembo roccioso di Puglia in cui la criminalità è considerata tra le più spietate d’Italia, il dolore di due donne diventa forza per una comunità che ora e sfida numeri e allarmi: più di 300 morti negli ultimi 10 anni, l’80% degli omicidi impunito. La Dia scrive che quella del Gargano è una mafia potentissima «suddivisa in batterie, coagulate per gruppi familiari, che determinano gli equilibri attraverso la regola del più “forte”, e cioè attraverso l’eliminazione fisica degli avversari». E giù con una lista di Comuni e cognomi che macchiano la cartina geografica.

C’è però una reazione che muove i passi anche dai parenti delle vittime di quelle mattanze, donne soprattutto. Ai mariti di Arcangela e Marianna, l’associazione Libera ha voluto dedicare il presidio del loro paese, nato a fine aprile. Un altro presidio è stato fondato da un gruppo di studenti di Vieste, mentre Monte Sant’Angelo e Mattinata hanno avviato un percorso di rete destinato ad aumentare le “filiali” di Libera sul territorio. «Con la legalità proviamo a scardinare questa mentalità culturalmente mafiosa che permette ai pregiudicati di andare in giro a testa alta e costringe la gente per bene ad abbassare lo sguardo». Ludovico Delle Vergini è uno dei coordinatori: «Quando l’illecito diventa quotidiano viene percepito come giusto e nessuno si scandalizza più». Eppure l’esigenza di un segnale forte è arrivato dal basso. Il più giovane iscritto al presidio di San Marco in Lamis ha 19 anni e si è avvicinato dopo la scuola. Tra loro ci sono anche docenti e assistenti sociali. Oltre le mogli, anche i fratelli Alberto e Vincenzo. «Andiamo in giro - racconta Arcangela - spieghiamo che quel muro di omertà non ci protegge e, finché continueremo a fare finta di niente, tutti saremo potenzialmente in pericolo. Prima mi sembrava tutto così lontano, eppure la mafia è entrata in casa mia. E dovrò stare attenta che mio figlio non imbocchi la strada dell’odio e della vendetta».

Altri segnali: meno di un mese fa per la prima volta in Puglia , Libera si è costituita parte civile al processo per quella strage. Salvatore Spinelli è il referente del foggiano: “ Essere in quell’aula rappresenta una testimonianza per chi non c’è più. Quasi tutte le vittime della Capitanata non hanno avuto verità: non si conoscono i mandanti né gli esecutori». Per decenni una guerra tra clan rivali e infiltrazioni nel sistema politico ed economico è rimasta sullo sfondo di emergenze mafiose di altre regioni. «Ci dovevano andare di mezzo due innocenti per far muovere le istituzioni». Marianna ha tre figli, la più piccola ha 21 mesi e non ha mai conosciuto il padre Aurelio. «Qualcuno mi chiede chi ce lo faccia fare, ma noi andiamo avanti. Come? Andando nelle scuole, ad esempio, «a raccontare chi erano i loro mariti. Una rivoluzione perché qui fino a qualche tempo fa i morti si dovevano piangere a casa», racconta Daniela Marcone, vicepresidente di Libera. Suo padre Francesco, fu ucciso dalla mafia nel 1995. Era il direttore dell’ufficio del registro: aveva denunciato corruzione e malaffare. L’anno dopo è nata Libera a Foggia.

10.08.2019 | Valeria D'Autilia e Giuseppe Legato La Stampa

21 marzo 2018
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