Nei giorni scorsi al raduno nazionale, abbiamo più volte avuto occasione di approfondire il concetto di "famiglia", in riferimento alla rete dei giovani di Libera, di cui primariamente sento di far parte, ma più in generale al movimento antimafia nel suo insieme. Tuttavia, quello che abbiamo voluto fare cercando di aggiungere senso a questa parola, spesso maltrattata e abusatissima soprattutto negli ambienti politici, è stato anche il tentativo di riappropriarci di quel termine "famiglia", che nella subcultura mafiosa assume un significato ben preciso, un vincolo che non ammette tradimenti.
Connaturato intrinsecamente all'associazione a delinquere di stampo mafioso, di cui all'art. 416 bis del Codice Penale, che dell'impianto familistico fa uno dei suoi cardini, per non dire uno dei suoi più noti e cinematografici tratti distintivi, il concetto di famiglia riporta subito alla mente l'idea di patto. Patto di sangue, quindi indissolubile e inviolabile.
Spesso nei giorni scorsi abbiamo discusso del fatto che, per sconfiggere la mafia, dobbiamo asssumere alcune caratteristiche che le sono proprie, soprattutto in riferimento al tipo di organizzazione e alla coesione interna.
Solo declinandolo in questo modo, possiamo riuscire a cogliere l'essenzialità di questo elemento che è la famiglia, come base di partenza inescludibile per il movimento antimafia. Se da un lato, quello mafioso, la famiglia causa morte, violenza, sopraffazione, oppressione, dall'altro questa deve essere fonte di solidità, solidarietà, forza, condivisione degli oneri.
C'è un qualcosa di profondamente umano nel movimento antimafia, che è poi comune a tutti coloro che si impegnano per la cosa comune. L'ho visto negli occhi dei miei compagni di strada, nell'impegno che quotidianamente portano avanti. E penso di aver trovato una caratteristica comune a tutti quegli sguardi. Ed è quella volontà di assumersi e farsi carico di problemi altrui, di situazioni apparentemente distanti, che non ci tangono.
E quindi, nel momento in cui sento Flavia, Emanuela, Francesco, parlare della propria condizione di familiari di vittime di mafia, e capisco che è unanime il sentimento di farci carico e suddividere quel fardello che è il loro dolore, onorando la memoria dei loro cari e trasformandola nel nostro impegno di ogni giorno, mi rendo conto di essere parte di una stessa famiglia.
Così come quando penso ai miei amici che abitano in regioni storicamente più esposte al fenomeno mafioso, sapendoli "al fronte", spesso lasciati soli a fronteggiare il nemico di cui incrociano spesso lo sguardo, e sento di dovermi impegnare nel mio territorio, anche se più lontano e meno esposto del loro, perché loro sentano, anche solo simbolicamente, di avere le spalle coperte, mi rendo conto di essere parte di una stessa famiglia.
E infine, quando sento di avere un legame affettivo profondo con tutti coloro che condividono questa stessa battaglia, anche se non li conosco personalmente, e magari arriva il momento poi di salutarci, come l'altro giorno alla fine del raduno, e spontaneamente sentiamo il bisogno di abbracciarci, non saprei definirlo altro che un legame familiare quello che ci unisce.
E' per tutti questi motivi che mi sento di dire che questa famiglia, la nostra, è una delle più potenti, utilizzando volutamente un linguaggio che richiama quello mafioso. E questo non nel tentativo di emulare una cultura che avversiamo, ma per riaffermare quella volontà di riappropriarci del vero significato delle parole, che è già una prima vittoria che realizziamo sulle mafie.
La nostra famiglia non è potente perché realizza un guadagno sull'oppressione degli altri, ma perché, seppur nell'asprezza della lotta quotidiana contro le mafie, trova sempre la forza di sostenersi giorno per giorno nelle mille difficoltà che incontra, soprattutto quando tutto sembra perdere di senso e la montagna appare troppo irta da scalare.
Ha ragione Marcello Cozzi quando ci ammonisce, dicendoci di stare attenti a non diventare un clan, un gruppo autoreferenziale, che parla solo con se stesso. La nostra dev'essere una famiglia solida e coesa, ma inevitabilmente aperta e inclusiva, disposta ad accogliere tutti coloro che vogliano raggiungerci in questa sfida. Perché se un giorno dovessimo vederne una fine di questa nostra lotta, sarà solo perché saremo riusciti non a vincere su qualcuno, ma a con-vincere tutti che questa sia la strada giusta da intraprendere per realizzare una società diversa da quella attuale: libera, giusta, democratica.
Il 24 maggio 2013 presso lo stadio Olimpico di Torino, Via Filadelfia, 96/B si svolgerà la finale della XIV edizione del torneo calcistico Memorial "Bruno Caccia" istituito per ricordare la figura del magistrato barbaramente ucciso trent'anni fa dalla criminalità organizzata in questa città.
Davanti a un atto vile e grave non esprimiamo solo vicinanza e solidarietà. Non basta, noi esprimiamo corresponsabilità. Solo l'assunzione di responsabilità da parte di ognuno di noi è la vera, concreta e migliore risposta alle minacce e alle intimidazioni.
CATANZARO, 23 MAG - 'Ci stupiamo di chi si stupisce. Ormai lo dicono le relazioni antimafia, lo dimostrano le inchieste, lo confermano i sequestri: bar ristoranti, locali sono tra le attivita' preferite della criminalita' organizzata per riciclare il denaro'.