In Piemonte ormai da mesi procede con sicurezza l'operazione antimafia Minotauro. Per disegnare un quadro completo della situazione (attuale e passata) della lotta alla criminalità organizzata nel Nord Ovest, le parole della referente regionale della grande associazione di Libera, Maria José Fava.
Come tutti sanno Libera è la più importante Associazione nazionale contro le Mafie. Quando nasce? In Piemonte da quanto è attiva?
Libera nasce ufficialmente, da un'idea di Don Luigi Ciotti, il 25 marzo '95, ed è subito estesa in tutta Italia. Inizialmente venne coordinata da alcuni adulti che si occupavano prevalentemente di sensibilizzazione. Nel 2001 l'associazione Acmos, di cui io faccio parte, ha ricevuto da Don Ciotti l'incarico di coordinare Libera e di farla crescere in Piemonte. Bisogna tenere a mente che quando si parla di Libera si parla di più realtà collaterali, dall'associazione Acmos al gruppo Abele.
Il Piemonte è, all'insaputa di molti, terra di conquista per diverse cosche calabresi. Dopo le sentenze al clan Belfiore, come si è evoluta nel corso degli anni e che ruolo ha avuto Libera nel contrastarla?
Libera non ha beni confiscati, fa da ponte tra le istituzioni e le associazioni o coperative. Abbiamo incomodato un unico bene confiscato, la nostra sede nazionale a Roma. La Cascina Caccia, confiscata alla famiglia Belfiore, è ora occupata dal Gruppo Abele. Il Piemonte è sempre stato il centro di grossi interessi della 'Ndrangheta e della parte catanese di Cosa Nostra. Sebbene la 'Ndrangheta non ami esporsi, è stata l'esecutore materiale dell'omicidio del magistrato Bruno Caccia, richiesto dai siciliani nel 1983. L'altro elemento che ci faccia capire quanto la mafia sia radicata nel nostro territorio è lo scioglimento del Comune di Bardonecchia nel '95, primo comune del Nord Italia ad essere sciolto. Poi si registrano diversi processi importanti, come il "Cartagine" negli anni '90 (a Borgaro sequestrati oltre 500 chili di cocaina) e il "Gioco Duro", in cui venne smascherato il racket della famiglia Crea. Dopo questi quattro fatti la 'Ndrangheta ha capito come interpretare la situazione piemontese: non ha dato fastidio, ha lavorato sottotraccia non facendo rumore. Di conseguenza, è sottovalutata e lavora meglio. La svolta, nel 2006: un pentito, Rocco Varacalli decide di collaborare con la giustizia e scoperchia il vaso di Pandora che porta all'operazione Minotauro.
Come è stata quindi accolta da Libera l'operazione Minotauro? Collaborate?
Noi di Libera non siamo né forze dell'ordine né giornalisti, quello che abbiamo fatto in questo anno è sensibilizzare il territorio di fronte all'operazione Minotauro. Cerchiamo di porre l'attenzione su Rivarolo, Leinì, Chivasso. Abbiamo presenziato alle udienze pubbliche del processo. E' significativo come di centosettanta ordinanze, soltanto una settantina abbiano scelto di andare al rito ordinario, il processo vero e proprio. Altri settantatré hanno scelto il rito abbreviato (esempio illustre i Crea), mentre altri venti hanno scelto il patteggiamento. Libera il diciotto ottobre vuole costituirsi parte civile al processo, cosa importante perché siamo la società civile e vogliamo contribuire attivamente. Tra l'altro, abbiamo creato presidi nelle zone del canavese più calde, ne siamo orgogliosi.
Come si svilupperà la mafia in futuro in Piemonte? Verso che orizzonti economici e sociali?
La 'Ndrangheta si sta riorganizzando già da ora, il "pentito" Varacalli su Presa Diretta dice di aver fatto quattrocento nomi, ma le ordinanze della Minotauro sono solo centosettanta: c'è bisogno di prove. In provincia di Torino stimiamo che i mafiosi possano essere circa cinquecento, è evidente come molti soggetti affiliati siano fuori e stiano riorganizzandosi. Non so quali saranno gli esiti futuri, seguiremo il processo e cercheremo di monitorarlo al meglio. L'interesse della popolazione c'è, anche se ci sono state delle sottovalutazioni, qualcuna in buona e qualcuna in cattiva fede. La società civile ora sembra iniziare a capire la gravità della situazione in Piemonte. Uno dei nostri obiettivi è quello di costituire un'associazione anti-racket, che qui ancora non c'è. Vorremmo che coloro i quali da soli non riescono a farcela da soli possano riuscire insieme.
La mafia teme Libera? Le vostre iniziative sono soltanto sensibilizzazione fine a se stessa o contrastano direttamente la criminalità?
L'informazione e la cultura alle mafie danno fastidio. Come dice sempre Don Ciotti la vera forza della mafia è "fuori dalla mafia". Noi non colpiamo in modo diretto ma costruiamo una cultura diversa, in Piemonte c'è bisogno di informare e di sensibilizzare soprattutto la politica. Lo dicevano già Falcone e Borsellino, la Mafia si combatte con la cultura. Dimostrazione della nostra scomodità sono gli incendi ai territori confiscati degli ultimi mesi: ettari su ettari soprattutto nel meridione. In Piemonte non è ancora successo, ma la Cascina Caccia confiscata ai Belfiore è un luogo molto importante e simbolico. Diamo fastidio? E' il nostro obiettivo, speriamo di si.
di Matteo Fontanone e Jacopo Turini su Retrò
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