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Con noi sulla Strada

Ha voluto lasciare, padre Michele Pellegrino, la sua firma, scritta con un grosso pennarello, sul muro della cascina di Murisengo (in provincia di Alessandria): una delle prime comunità del Gruppo Abele (e tra le prime in Italia), aperta per dare accoglienza ai giovani alle prese con la tossicodipendenza. Eravamo agli inizi degli anni 70.
 
Quella struttura era stata individuata per diventare anche la sede ufficiale dell'Università della Strada: il servizio che, come Gruppo Abele, avevamo pensato e realizzato per costruire opportunità di formazione oltre la sola teoria, a partire dal vissuto di chi vive, abita e soffre la strada. Padre Michele Pellegrino ci conosceva ormai da anni, ma quella proposta - più di altre - lo incuriosì e lo coinvolse in prima persona. L'università era il suo mondo da sempre (studioso dei padri della Chiesa era, prima dell'incarico ad arcivescovo di Torino, docente presso l'Università di Torino inizialmente di Lettere classiche, successivamente di Letteratura cristiana antica e di Storia del cristianesimo), ma non era distante «dalle gioie e dalle speranze» del presente: semplicemente non aveva potuto sviluppare competenze e studi sistematici nei confronti di quel complesso mondo sociale che in quei decenni si stava trasformando. Era cosciente, padre Pellegrino, che nel suo bagaglio culturale mancava un rapporto vitale, approfondito e costante con quel privilegiato luogo antropologico che è dato dalla Strada. Anche per questo l'opportunità del ritrovare la logica dell'università spesa per promuovere una maggior comprensione delle ingiustizie espresse dalla Strada e un reale servizio ai «fratelli» meno garantiti lo vide interessato e sostenitore dell'iniziativa.
 
La «sua» firma su quel muro - oggi vetrificata e testimonianza indelebile della sua vicinanza a un progetto intriso di «fame e sete di giustizia» - è, per tutti noi, il segno di una significativa prossimità che l'arcivescovo di Torino volle avere non solo con la «sua» città, ma anche con le «sue» Strade. Non passò velocemente da quella cascina, a Murisengo, ma seguì con reale coinvolgimento - anche economico - le fasi che portarono all'acquisto della struttura; la frequentò (non poche volte dalla parte di chi doveva imparare, di chi voleva ascoltare e conoscere meglio, di più) e volle lasciare il segno della sua presenza tra quelle mura per testimoniare una Chiesa non distante dai contesti in cui la Strada può svelarsi anche come luogo teologico e spazio della prossimità di Dio al servizio della speranza di ogni persona, soprattutto se «ferita» o calpestata nei suoi diritti e nella sua dignità.

Confesso che mi è difficile recarmi in quella cascina e non fermarmi davanti a quella «firma», a quel segno di inchiostro che rende ancora presente l'affetto con cui padre Pellegrino volle sostenerci e incoraggiarci. Molta acqua è passata sotto i ponti; molte realtà sono cambiate, ma dopo 38 anni di impegno e di «strada» abbiamo la netta percezione di ritrovare gli uguali contesti sociali dei nostri primi passi. Immigrazione, prostituzione, carcere, dipendenze, alcuni segmenti corrotti appartenenti al mondo della politica... sono tutte realtà che abbiamo affrontato ieri e che oggi vediamo ripresentarsi con sorprendente attualità.

Un presente che necessita ancora della profezia e dell'insegnamento di padre Pellegrino. Perché è questa la grande lezione che lui ci ha lasciato: profondo conoscitore della storia antica e delle radici cristiane, non ha usato quel sapere per inseguire «cose passate» ormai tramontate. Ha piuttosto colto dalla lezione della storia la profonda pedagogia da attuare perché l'oggi non si sottragga mai alle sue responsabilità e alla sua carica di speranza.

Comunicati

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    Maggio è un mese di anniversari. Era il 12 maggio del 1975 quando a Montemurro spariva la piccola Ottavia De Luise. Era il 17 maggio del 2003 quando a Lauria si perdevano le tracce di Nicola Bevilacqua. Era il 22 maggio del 1989 quando a Potenza veniva assassinato Tiziano Fusilli. E' nostro dovere non dimenticare questi tre lucani che attendono ancora giustizia. E noi insieme a loro. Una riflessione di don Marcello Cozzi, vicepresidente nazionale di Libera.

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