Il rischio è che vadano nelle mani di pochi o, peggio, in quelle sbagliate. La vendita dei terreni pubblici, prevista dal Decreto Liberalizzazioni per recuperare liquidità, mette in campo non pochi dubbi. Almeno per una parte del mondo agricolo, che non è tutto compatto nel sostenere l'operazione. Alcuni giorni fa, un folto gruppo di associazioni capitanate da Aiab, Legambiente, Libera e Slow Food ha scritto si senatori della X commissione. in cui è in corso l'esame del decreto, per chiedere che presentino un emendamento. Lo scopo è semplice, trasformare l'alienazione dei terreni demaniali in affitto. «In modo che lo stato possa avere comunque un introito, ma mantenendo il controllo sui destinatari delle terre, che dovrebbero essere preferibilmente giovani agricoltori e cooperative sociali», puntualizza Daniela Sciarra, responsabile Agricoltura di Legambiente.
La vendita, al contrario, si legge nella lettera ai senatori, «porterebbe ad una redistribuzione fondiaria a favore di pochi» senza «sviluppare un volano di rilancio economico». E sarebbe anche «una occasione unica, viste le immense disponibilità di liquidità gestite dalla criminalità organizzata (Mafia, Ndrangheta, Camorra), per avvantaggiarsi di questo atto legislativo, facilitando così il riciclaggio dei proventi illeciti». Una prospettiva allarmante, in cui speculazione e "mafizzazione" dei terreni andrebbero a braccetto. «Le mafie sono i più grandi anticipatori dei cambiamenti normativi e hanno già captato questa possibilità», sottolinea preoccupato Davide Pati, responsabile Beni confiscati di Libera, l'associazione di Don Ciotti.
Le associazioni chiedono quindi di modificare l'art.66 del decreto prevedendo, al posto della vendita, «la messa in valore , tramite contratti di affitto ad equo canone riservati a coltivatori diretti, con priorità a giovani singoli o associati ed ad iniziative di rilevanza sociale (agricoltura sociale), di tutte le superfici agricole oggi di proprietà pubblica». Soluzione che, oltre a garantire allo stato «una rendita costante nel tempo», produrrebbe effetti positivi anche sul fronte dell'occupazione e dello sviluppo dell'agricoltura, promuovendo «l'imprenditoria giovanile e l'ingresso di nuovi operatori nel settore, così come di garantire la sopravvivenza delle piccole realtà già esistenti nel settore».
L'agricoltura, infatti, è in continuo invecchiamento e sempre più afflitta dal problema dell'accesso al credito. Con la conseguenza drammatica che, secondo l'Istat, scrivono le associazioni, «negli ultimi 10 anni, nel nostro Paese, c'è stata una perdita della superficie agricola utilizzata pari a 300 mila ettari, accompagnata da una riduzione del numero di aziende di circa un terzo (-32,2%) e da un processo di concentrazione dei terreni in un numero minore di aziende, al quale hanno fatto da contraltare la drastica riduzione delle aziende di piccola agricoltura contadina e un vero e proprio abbandono delle zone rurali». Con lo stesso meccanismo di affitto a equo canone, spiega il presidente di Aiab Alessandro Triantafyllidis, «si dovrebbero valorizzare anche gli immobili agricoli di proprietà degli enti pubblici, che hanno sempre meno fondi. Dandoli in locazione, si creerebbe un indotto».
Nella lettera ai senatori, le associazioni accennano anche a un altro punto controverso: il destino delle terre confiscate alla mafia, che fanno parte del patrimonio demaniale, ma «vanno evidentemente escluse da questo provvedimento, e quindi salvaguardate per l'utilizzo sociale (...) secondo quanto previsto dall'articolo 48 del codice antimafia (Dlgs 159/2011)». Oggi questi appezzamenti, spiega Pati, «sono concessi in comodato d'uso gratuito alle cooperative sociali. Libera, attraverso le diverse cooperative, ne gestisce 1.000 ettari, dando lavoro a 150 persone, più gli stagionali. Teoricamente, anche queste terre potrebbero finire tra quelle destinate alla vendita».
Alcuni senatori, assicura Triantafyllidis, hanno dato la loro disponibilità a presentare l'emendamento. «Speriamo di alimentare il dibattito anche con le altre associazioni agricole, che per adesso sono abbastanza favorevoli al provvedimento».
Veronica Ulivieri su La Stampa
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