ROMA - "La mafia qui non esiste, voi ragazzi venite qui solo per divertirvi, ci hanno detto. Ma io invece la mafia la sentivo, la percepivo con la mente e con la pelle". Ventidue anni, milanese, studentessa di economia, Gaia Baschirotto era arrivata a Castel Volturno da qualche giorno, con il desiderio "di scoprire quel mondo tanto lontano dal mio: volevo vedere, volevo capire". Era in un bar, con due amiche. "Indossavamo le magliette di Libera. Ci siamo girate ed abbiamo risposto con un sorriso. E tutte, ritornando nelle nostre città, abbiamo cominciato a darci da fare perché anche se non vedi spari, né senti di omicidi eclatanti, la mafia c'è e la gente non vuole rendersene conto". Voci raccolte al teatro Eliseo di Roma, durante un incontro pubblico organizzato da Libera 1, Arci, 2Fondazione Antonio Caponnetto 3per lo spettacolo "Per Non morire di Mafia 4" , tratto dal libro del Procuratore Nazionale Antiomafia, Piero Grasso, interpretato da Sebastianio Lo Monaco e con la regia di Alssio Pizzech. Il magistrato si è intrattenuto con il pubblico, intervistato da Attilio Bolzoni.
I nuovi volti della mafia. Oggi Gaia non pensa più che Castel Volturno sia tanto lontana da Milano: "è solo che nella mia città le mafie sono più nascoste, investono nel business e per questo sono ancora più pericolose". Ma perché andare fino a Castel Volturno per scoprire Milano? "Mia mamma mi aveva spiegato la possibilità di passare una settimana da volontaria in un campo organizzato da Libera su un bene confiscato alla mafia. E così ho preso informazioni e sono partita". Una settimana è poco per capire come funziona una realtà complessa e intricata, ma "è dai dettagli che si comprendono molto cose". Gaia racconta dell'arrivo in una stazione vuota, deserta. Di un pullman vecchissimo. Poi la strada, i saltelli sull'asfalto rovinato, i cartelli bucati da pallottole. "Mi sembrava di stare in un'altra epoca, in un racconto. Poi, l'insegna Castel Volturno...".
Le aspettative di una giovane. Cosa c'è nelle aspettative di una studentessa milanese che sceglie di prendere un treno per passare una settimana su un bene confiscato alla mafia? "Ero tranquilla perché sapevo che il campo era stato organizzato da Libera ed io avevo già avuto modo di conoscerne l'opera attraverso la televisione, i giornali, le parole di don Ciotti". Gaia ha voglia di credere, di costruire, di fare. Ha scelto di credere che la mafia si può combattere e di affidarsi a Libera per andare a scoprire una realtà che ancora qualcuno ha il coraggio di negare. "Siamo state criticate: che venite a fare qua? E proprio in quel momento abbiamo capito che era lì che dovevamo stare".
Un sogno e l'idea di un progetto. Tornata a Milano, Gaia si è messa alla ricerca "di chi poteva appoggiarmi" e così "ora si sta costruendo un presidio di Libera vicino casa mia, organizziamo incontri, discutiamo, cerchiamo di capire cosa possiamo fare". Ora va avanti, con i suoi studi, i suoi amici, la sua vita. E con un sogno nel cassetto, nato proprio durante le sue giornate nel campo di Libera: "Vorrei lavorare in un'azienda, in una cooperativa dove non prevale lo scopo del lucro ma il concetto del bene da restituire alla società". E sopra quel sogno accarezza l'idea di un progetto: "Ho visto che in Lombardia ci sono tanti beni confiscati: avere un patrimonio del genere non poterlo sfruttare è da sciocchi". Vorrei... ma preferisco non dirlo se no poi non si avvera..."
La camorra si percepisce ad occhio nudo. Roberta Liberali, 24 anni, è all'ultimo anno di giurisprudenza a Tor Vergata. Lei di esperienze sui beni confiscati ne ha fatte due: la prima nel 2010 a Castel Volturno, "con mia sorella da poco diciottenne", la seconda quest'anno, nelle Marche. Perché? "Ho deciso di impegnare bene una settimana perché volevo sapere cosa succede a due ore dalla mia città, Colleferro". Roberta, spiega con semplicità che voleva "solo" mettere a disposizione le sue "braccia nel lavoro", invece ha trovato "molto più di quanto mi aspettassi perché i ragazzi di Libera Caserta hanno condiviso con noi i drammi delle loro terre ma anche le bellezze che qualcuno ha cercato di distruggere". E cosi ha deciso di ripetere l'esperienza, insieme alle ragazze conosciute a Castel Volturno, ma in un posto diverso, a Isola del Piano perché "la camorra è qualcosa di percepibile ad occhio nudo, mentre nel Lazio e nelle Marche c'è un'atmosfera diversa, si parla di quinta mafia".
"Libera" deve crescere nella coscienza della gente. Ad Isola del Piano, Roberta si è sentita circondata da "una gran voglia di cambiare quanto accade, di riprenderci il territorio: una voglia che occupava continuamente le persone che erano con me sul campo, dalla mattina alla sera". Anche lei, appena rientrata a Colleferro ha iniziato a guardarsi attorno "per cercare anche dalle mie parti questa voglia, per individuare le cose che non vanno, per raccontare quello che ho vissuto". Raccontare, parlare, discutere. Serve parlare di mafia? "Si - risponde - perché io credo che Libera sia anche un fattore culturale. Non si può esportare Libera, bisogna farla crescere nella mente delle persone, nella consapevolezza della gente: è un lavoro lento. E poi bisogna organizzarsi. Cerco di raccontare quel che ho visto perché in quelle settimane mi sono resa conto che il nostro è un Paese bello e che molti non vogliono che sia cosi bello. Ho fatto passaparola ed ora stiamo cercando di costruire una sede qui a Colleferro". Anche Roberta, come Gaia, va avanti con i suoi studi, la sua vita, i suoi amici. Ed una "mezza idea" per il suo futuro: "Mi piacerebbe provare il concorso in magistratura per poter cambiare qualcosa nel mio Paese. Non so se avrò mai le credenziali per fare un mestiere del genere, ma sto cercando di costruirmele giorno per giorno..."
Una partenza d'impulso. Valentina Diamante Tosti, 22 anni, è di Perugia."Tutto è nato da un'intervista a don Ciotti nella trasmissione Che tempo che fa. Ho spento la tv, sono andata nel sito di Libera, ho visto che c'erano dei bandi e mi sono iscritta la sera stessa, reduce anche dalla lettura di Gomorra". Valentina è partita di impulso, senza neanche sapere dove avrebbe dormito e mangiato. "Mi sono fidata, sono andata. Non avevo la più pallida idea di cosa avrei potuto trovare". E così si è ritrovata a passare dai libri di giurisprudenza ad una vecchia scuderia sequestrata al clan dei Casalesi, diventata cooperativa per la produzione di mozzarelle. "Nel nulla, piane immense, e in mezzo, il capannone. I ragazzi di Libera avevano adibito un prefabbricato a mensa e a sala incontri ed avevano creato un altro piccolo prefabbricato dove dormivamo. Prima che arrivassi io, durante il primo campo di volontariato (il mio era il secondo) c'erano stati dei sabotaggi, un'auto incendiata. Eravamo sorvegliati giorno e notte".
E poi molte emozioni. Episodi difficili? "Più che difficili direi emozionanti, come l'incontro con famigliari di vittime della mafia. Poi una sera, durante una manifestazione a villaggio Coppola, dove eravamo stati invitati insieme a dei rapper, qualche parola sfuggita ingenuamente ad una di noi ha creato un po'di tensione con dei politici che noi guardavamo con certo sospetto, ma poi tutto è rientrato. Quella sera ho scoperto che i mafiosi comunicano anche attraverso i fuochi d'artificio e cosi ogni volta che ne vedevamo alcuni accendersi ci chiedevamo se avessero un qualche significato, ma non avevamo paura, li interpretavamo giocosamente tra di noi". Anche lei studia giurisprudenza. Il suo sogno? Fare il pm.
Occorre metterci le mani. Ma che cosa hanno fatto Valentina, Roberta e Gaia in Campania e nelle Marche? Davvero sono andate lì a divertirsi? "A Castel Volturno abbiamo dato un piccolo contributo dipingendo il porcile, tagliando l'erba, sistemando i libri. Niente di eccessivamente pesante, ma in ogni compito ho imparato cose che mi porto dentro ogni giorno", dice Roberta. "Molti locali - spiega Valentina - erano adibiti alla formazione di noi ragazzi, 24 ore su 24. Imparavamo in ogni momento". Gaia: "A Isola del Piano abbiamo sistemato una villa espropriata alle mafie ed alla fine abbiamo fatto una grande festa alla quale è venuto don Ciotti. Abbiamo servito la cena, come veri camerieri, altri hanno organizzato dei gruppi musicali. Questo Paese è molto bello ma per cambiarlo bisogna partire dall'operativo. Bisogna metterci le mani".
Articolo di Anna Maria De Luca su Repubblica.it
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