Polistena, 12 mila abitanti, fra Rosarno e Locri. Ai piedi dell'Aspromonte dei rapimenti e davanti al porto di Gioia Tauro, piazza del mercato mondiale di cocaina che le 'ndrine contrallano. Le 'ndrine e gli 'ndranghetisti di cui finora ho solo letto sui libri e sui giornali.
La prima sera del campo, una sera di luglio, passeggiando con alcuni ragazzi di Polistena che ci accompagnano in ogni nostro spostamento, mentre mi raccontano della loro quotidianità di confronto e convivenza con la 'ndrangheta, incrociamo una persona fra le altre e mi dicono: "questo è il boss della 'ndrina...è lui che...", e ancora: "qui stava a vendere piantine quello che hanno appena arrestato a Milano...", "...in questo bar noi non andiamo perché è di una famiglia mafiosa". Li vedi: hanno una faccia, sono persone come le altre e loro ci si confrontano ogni giorno sapendo quasi tutto l'uno dell'altro.
Dopo una settimana a Polistena "di volontariato e di studio sui terreni confiscati" con altre 30 persone, quello che mi riporto a casa però, non è il viso del boss o il ricordo del bar dove non siamo andati quella sera.
Piuttosto sono gli incontri con quelle persone che fanno, che sono l'antimafia, prima di tutto testimoniando una cultura, uno stile di vita opposto a quello mafioso, che viene prima di questo e che viene risaltato dal loro impegno quotidiano. L'umiltà, la gioia interiore e l'entusiasmo di chi combatte l'arroganza, la paura e la rassegnazione. E ancora la tenacia con cui costruire il proprio futuro senza accettare pretesti per fermarsi.
E colpiscono le testimonianze di alcuni piccoli artigiani di San Giorgio Morgeto -paesino di montagna di 3000 abitanti- felici di farti vedere quello che hanno imparato a fare negli anni, di essersi conquistati una libertà, un presente pulito che non puzza di bassi compromessi o di favoritismi resistendo alla tentazione di strade facili e soluzioni immediate.
Uomini che cercano di essere soggetti invece che oggetti della loro storia e di quella della loro terra come direbbe Antonio Napoli. Socio della cooperativa Valle del Marro che, se insieme agli altri soci fondatori avesse dato retta alle previsioni e ai pronostici dei cosidetti realisti, oggi la cooperativa non esisterebbe. "Perché combattere anche quando non hai prospettive di vittoria è resistere, è un modo per affermare la Verità, per farla vivere."
Quel realismo intriso di disorientamento, quindi stanchezza e rassegnazione che attecchisce in tanti di noi e crea terreno fertile per le mafie, sia a livello criminale che a livello politico-istituzionale, sia al nord che al sud, ragazzi e adulti, nelle università come negli uffici, che porta a dire "...è sempre stato così...", "...non cambierà mai...".
Ma a Polistena ci sono antidoti forti a questo. A Polistena ogni giorno puoi incontrare Don Pino de Masi: la banalità del bene. Quasi sempre nei giorni di luglio con un microfono in mano a parlare a tutti i ragazzi del paese che raccoglie con Estate Ragazzi tenendoli lontani dalla noia delle giornate senza scuola. E quando il 19 luglio, commemorando Borsellino, chiede a loro di ricordare qualche nome di chi è morto per mano mafiosa, un bambino si alza e dice davanti a tutti: "mio nonno". Qualcuno dei ragazzi cresciuti con don Pino non vengono più salutati dai alcuni loro coetani da quando hanno deciso da che parte stare.
Ma la lotta alle mafie non è solo condotta sul piano etico-morale, ma anche su quello economico, che non deve essere secondario come ci testimoniano i rappresentanti dell'antiracket locale. Quando sei in difficoltà economiche diventi una preda facile per le mafie.
La cooperativa Valle del Marro è anche questo. Creare lavoro, pulito. Quel lavoro che libera e che può aggregare, unire, riunire all'insegna della legalità e della solidarietà, quindi della giustizia.
La realtà delle cooperative del circuto LiberaTerra possono essere un caso in cui il progresso sociale guidi e diriga lo sviluppo economico, e non viceversa, ed è bello immaginare che possano divenire un modello per tutto il paese, liberandoci dalle mafie affermando quella cultura che spesso perdiamo sotto il peso di un'insana competizione che prevale sulla cooperazione e sulla condivisione del tempo, dello spazio e delle cose.
Le mafie sono nate nelle terre più belle d'Italia e le hanno rovinate tanto, ma questa bellezza sembra essere restituita alla terra dalle azioni e dall'impegno di uomini giusti e integri. Come "Mommo" Tripodi, bracciante agricolo, protagonista delle lotte contadine nella piana nel secondo dopoguerra. Sindacalista, bandiera e pioniere della lotta alla 'ndrangheta, senatore, sindaco di Polistena per 31 anni. O "Peppino" Lavorato, anche lui sindacalista e poi sindaco di Rosarno per 9 anni. Conosciuti in un intensissimo incontro, di cui è difficile riportare la carica delle loro parole, la tensione della loro testimonianza. E a uno di noi che non può far a meno di chiedergli dove trovasse il coraggio per andare avanti nonostante auto date alle fiamme, sventagliate di kalashnikov, un compagno di lotte -Peppino Valarioti- ucciso davanti a lui, atti vandalici la notte di un capodanno in una scuola del paese, Peppino Lavorato risponde che: "non è una questione di coraggio; è una questione di dignità."
Filippo Caliento
Partenza da Pescara per Genova il 16 marzo alle ore 23:00 e ritorno nella tardi serata del 17 o prima mattinata del 18.
Si è concluso giovedì 9 febbraio, il corso gratuito di formazione per amministratori e dipendenti della pubblica amministrazione "Mafie al nord, corruzione ed ecomafie", organizzato dall'Osservatorio provinciale sulle mafie di Libera Novara e da Avviso Pubblico.
Un tempo il terreno era di un boss della 'ndrangheta, uno della famiglia Piromalli. Poi gli è stato confiscato. E per anni quegli ettari di prato e rifiuti nella piana di Gioia Tauro sono rimasti lì, abbandonati alla desolazione. Oggi sono rinati grazie ai ragazzi della cooperativa Valle del Marro, che vi coltivano olivi, melanzane, pomodori...