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Riflessioni sul campo di volontariato di Libera a Polistena

Dai finestrini della vecchia littorina, che partendo da Gioia Tauro si snoda nell'entroterra della Piana, si staglia un panorama fatto di campi ordinati, puliti, d'un verde rigoglioso. Tra un uliveto e l'altro spuntano piccoli insediamenti o singole ville, molte ancora in costruzione - forse lo saranno sempre - con i basamenti in metallo in bella vista, pronti ad ospitare un nuovo piano sopraelevato alla prima occasione. Lo stile delle abitazioni è, alle volte, sfacciatamente appariscente e rompe con la semplicità del paesaggio agricolo circostante. Fatta eccezione per queste piccole oasi-bunker in muratura, lo scenario della Piana di Gioia Tauro si presenta agli occhi del viaggiatore come un territorio agricolo ricco, produttivo, baciato dalla benevolenza del sole e abbastanza vicino alla costa per godere dell'influsso del mare. Appare come un territorio in grado di produrre reddito e ricchezza diffusa, come certe zone della Catalogna o della California. Una ricchezza da reinvestire poi in servizi, strutture, strade, ospedali, università. Siamo invece in Terra di Calabria - ho trovato molto interessante l'uso così frequente di questa locuzione (al posto di Calabria o al massimo Regione Calabria) quasi a voler immediatamente porre una distanza netta, certo non solo geografica, fra queste terre e il resto del paese. Siamo in una tra le regione del Meridione a contendersi annualmente il triste primato di regione più povera d'Italia e forse d'Europa. Siamo in una terra che ha visto nascere la ndrangheta, la criminalità organizzata che tratta faccia a faccia con i narcos sudamericani, scala la grande finanza europea e determina da decenni il sotto-sviluppo della Calabria. Di chi sono allora quei campi? A chi vanno i profitti di quelle terre? Com'è possibile che tutto questo sia
possibile? In quale momento della storia, un popolo di oppressi è rimasto per oltre un centinaio di anni incapace di reagire e di rifiutare il giogo dell'aggressore? Evidentemente il più grande risultato dell'ndrangheta non è da ricercarsi nel pur spaventoso controllo del territorio, nella sua mano armata e nei bagni di sangue, ma nella logica marcia che è riuscita a insinuare nelle menti dei calabresi (degli italiani, degli europei). Una logica di sudditanza e di rinuncia che porta le persone a delegare a terzi tutto ciò che gli spetterebbe di diritto. La tomba della democrazia.
 
Una logica che, soprattutto, distrugge il motore della storia, cristallizzando il presente nell'illusione che tutto sia sempre stato così e così deve essere. Un annichilimento della forza critica delle persone che forse nemmeno gli spietati totalitarismi del secolo scorso sono riusciti a imporre sui loro cittadini. La persuasione ideologica delle mafie arriva sino a manipolare la stampa per riscrivere le storie di coloro che hanno osato opporsi al sistema. Lo scopo non è solo quello di screditarli ma soprattutto quello di rappresentarli come peccatori come tanti altri, mele marce come tutti, (in)degni cittadini di Gomorra. Quest'opera di mistificazione a mezzo stampa mi richiama alla mente certe pagine di 1984 di Orwell, dove i testi scritti ritenuti pericolosi per il partito vengono ingoiati dai lunghi tubi della dimenticanza. La "logica del mafioso" agisce come inibitore della consapevolezza e conseguentemente blocca la reazione nelle menti della gente. Ecco che informare diventa la battaglia numero uno perché << la mafia teme di più la scuola che la giustizia >>. Informare, partendo da quei segnali di riscossa - già esistenti e non da ricercarsi in un imprecisato futuro - come l'esperienza della Cooperativa Valle del Marro, oppure informare, riesumando una memoria storica di resistenza che paesi come Polistena e Rosarno possono vantare. Quella dell'anti-mafia è una storia ancora più sconosciuta di quella mafiosa - giudicata evidentemente di scarsa "presa" sul pubblico da parte del patetico girotondo dei media italiani - una storia fatta di uomini e di scelte coraggiose pagate a caro prezzo. Si tratta di una memoria alla quale persino molti tra gli abitanti della Piana sembrano essersi disaffezionati, certamente coloro che in seguito agli scontri di Rosarno si sono schierati dalla parte delle 'ndrine, contro i migranti, dandogli la caccia sugli stessi luoghi che furono teatro delle rivolte contadine del dopoguerra. Ultimi contro gli ultimi, miserabili di ieri contro miserabili di oggi. I migranti africani sembrano invece capaci di quel rifiuto categorico quanto semplice, istintivo e quindi anche violento, della logica mafiosa nelle cui trame si sono trovati impelagati - proprio loro, in fuga da paesi tradizionalmente indicati come Terzo Mondo, dalle guerre, magari con diplomi e lauree che in Italia non saranno mai riconosciute. Loro hanno visto nei volti degli affiliati all'ndrangheta niente di meno e niente di più che "giovani, arroganti ed armati". Non hanno visto in loro un sistema di controllo sociale eterno, auto-referenziale e inattaccabile, hanno visto persone, persone squallide che pretendono di disporre delle vite dei braccianti come schiavi.

Qualcosa di simile devono aver pensato i ragazzi della Cooperativa Valle del Marro, nata sotto i "peggiori auspici", dove nessuno avrebbe scommesso nulla su di loro, ed oggi invece non solo in attivo, ma bensì davanti alla sfida di ampliarsi per tener testa ad una produzione crescente. Sono rimasto profondamente colpito dal carattere forte, la levatura morale e la consapevolezza storica con cui questi ragazzi lavorano i terreni confiscati all'ndrangheta, producendo un profitto che è prima di tutto sociale, quello di essere testimoni di Legalità. Una dedizione di questo tipo è un tratto così raro per l'Italia del 2010 e al tempo stesso un vero e proprio faro per generazioni come la mia, nati nella metà degli anni '80, cresciuti in quel vuoto di prospettive e di strategie politiche concrete che inevitabilmente si riflette anche sull'agire del persone, svuotate di punti di riferimento e con gli scaffali ricolmi degli idoli di plastica del consumismo. Il primo giorno del campo ci è stato chiesto espressamente di mantenere un comportamento corretto e trasparente anche nel tempo libero, non consumando superalcolici e soprattutto stupefacenti. Anche da questo semplice ammonimento è possibile raccogliere il senso intrinsecamente morale che solo può muovere una sfida autentica alla criminalità organizzata. Quanti tra i consumatori di cannabis sarebbero pronti a smettere, in ragione della verità fondamentale per cui è proprio il mercato della droga ad alimentare, in primis, le casse dei mafiosi? Io penso che si debba partire anche da scelte come queste, apparentemente piccole, per costruire dentro di noi una morale di resistenza. Cardine del pensiero marxista è concepire la (sovra)struttura economica di una società quale condizione da cui derivano tutti gli altri aspetti del pensare e dell'agire sociale, come, appunto, la morale. Una prospettiva passata di moda, al pari della coscienza di classe - eppure quanto è ridicola la pretesa (premessa ontologica del berlusconismo) di eguaglianza nei fatti fra i gruppi sociali, fondata sul comune possesso di beni di consumo e sul comune aspirare - tutti, ma ognuno per sé - ad una riservatissima Isola del Tesoro? E' interessante chiedersi che rapporto ci sia tra "problema morale" e "problema economico" alla base dello strapotere delle mafie. A mio avviso, l'esperienza della cooperativa Valle del Marro appare non solo come un'alternativa alla mafia ma, in qualche modo, anche come un'alternativa al capitalismo stesso. Crescere economicamente, distribuendo incalcolabili esternalità positive sul territorio e facendo tutto questo senza reclamare la proprietà del bene coltivato fa tremare la "logica del capitalista" alle sue fondamenta.
 
Non si tratta solo di uno scatto morale ma anche di una formulazione economica abbastanza inedita. Quale allora il legame tra capitalismo e mafia? Ingenuamente, mi rispondo che il primo è condizione per il secondo. Ovvero è il capitalismo, in particolar modo quello dei nostri giorni, cresciuto cavalcando una globalizzazione il cui vuoto di regole e assenza di prospettive inizia a palesarsi solo oggi, a fornire i canali e le strutture economiche che la mafia utilizza per svilupparsi. La funzione economica del capitalismo odierno sparpaglia i fattori di produzione ai quattro venti, disarticolando del tutto il rapporto fra imprenditoria e territorio - ne sanno qualcosa tutti quegli operai in cassa integrazione, colpevoli di costare di più dei loro colleghi est-europei. E' questo stesso sistema a rendere possibile che il "ciliegino" attraversi l'Italia avanti e indietro, in camion, per il solo beneficio dei clan e che il vestito di Angelina Jolie venga cucito da sarti della camorra in Campania, per poi essere rivenduto nelle boutique di Parigi. Lungi dal ritenere che tra capitalismo e mafia sussista un legame biunivoco - esistono capitalismi senza mafia - mi chiedo però se non ci sia in questa relazione per lo meno una parziale verità, ovvero esisterebbe una mafia senza capitalismo? E che rapporto c'è tra capitalismo italiano e mafie ? Nel corso dei decenni le mafie sono riuscite a modificarsi ed adattarsi ai cambiamenti della società e dell'economia meglio di qualsiasi altra istituzione. In "Cristo si è fermato ad Eboli" Carlo Levi spiega brillantemente le ragioni che portavano, negli anni '40 del secolo scorso, i contadini ad avversare lo "Stato" in ogni sua forma, simpatizzando per le gesta dei briganti (la proto-mafia), sognando "Lamerica" quale unica salvezza possibile - non concepita come luogo socialmente e politicamente migliore ma semplice una fuga mentale dalle loro miserie e dalla tirannia di Roma. Questa idiosincrasia verso lo stato italiano è ancora tutta lì, nella mente della gente, nonostante siano passati cinquanta anni e le ragioni sono fin troppo per ovvie per essere menzionate. Combattere le mafie significa, quindi, secondo me, ambire contestualmente alla costruzione di un diverso modello di sviluppo economico. Una sfida radicale e urgente che potrebbe persino far dialogare parti tradizionalmente distanti come la Chiesa e la sinistra. L'eco di parole come "comunista" e "Don" è risuonato in eguale misura durante i giorni a Polistena e da osservatore esterno - non sono né credente, né comunista - azzarderei a dire che in Calabria si siano realizzate forme, opportunatamente ri-coniugate rispetto alla realtà locale, di quel compromesso storico che invece ha fallito nella politica dei palazzi romani. Certamente non la politica, ma nemmeno la Chiesa, è bene dirlo, sono esenti da infiltrazioni mafiose. E' tempo che gli uomini migliori facciano scelte radicali e chi si uniscano ad altri come loro.

C'è, infine, un altro aspetto dell'esperienza della cooperativa Valle del Marro che mi ha colpito molto: l'amore e il legame per la propria terra. Un amore che si traduce necessariamente in dedizione totale. Nell'era di Internet i valori e i prodotti culturali hanno la possibilità di viaggiare, al pari delle persone, lungo tutto il globo. Il bacino di idee, modi di pensare, culture tradizionali e sotto-culture cui attinge l'educazione formale, ma soprattutto informale della mia generazione è vasto quanto il pianeta terra stesso. Quello che ne deriva è forse un uomo più ricco in termini di sete di curiosità e di diversità - sulla solidità della quale si potrebbe a lungo discutere - ma è anche un uomo che trova difficoltà ad indicare chiaramente dove si trova la propria casa. La quasiinterazione mediata che dalla televisione ad Internet sta trasformando il nostro modo di comunicare rende il mondo più piccolo, ma allo stesso tempo riduce gli spazi di una socialità più profonda, legata ad un "qui" ed "ora". In sostanza, ho l'impressione che l'Io contemporaneo sia una costruzione ricca quanto fragile, aperta alla ricezione di milioni di messaggi ma sradicata dal territorio e che l'Identità che ne deriva assomigli di più alla sedimentazione caotica di rappresentazioni culturali senza soluzione di continuità, piuttosto che ad un percorso di crescita e rafforzamento del Sé. Un Io che sembrerebbe poter soddisfare la sua sete da esploratore solo nelle grandi città, in quelle megalopoli i cui centri tendono sempre di più ad assomigliarsi. Una Lonely Planet scritta per Roma potrebbe andare benissimo anche per Londra, cambiando solo le immagini. Se questa è la tendenza, quale il destino di posti come Oppido Mamertina? L'uomo contemporaneo, globale, sempre online, non può che scappare. Il meccanismo in atto è quello che ci porta ad accettare, acriticamente, lo svuotamento delle periferie del mondo in nome di una rincorsa verso un orizzonte vasto quanto imprecisato - un orizzonte che assomiglia così tanto al nonluogo di Augeiana memoria. Scegliere di restare in Calabria, vivere in un piccolo centro, coltivare la propria terra secondo gli usi locali è una testimonianza preziosa, un'alternativa che mi invita a riflettere. Nel corso dell'incontro con Don Ciotti mi è tornata in mente una frase di Brecht che qualcuno scrisse su un mio vecchio diaro: << Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi >>. Fatta qualche ricerca, scopro che la frase originale è << Unglücklich das Land, das Helden nötig hat>> che letteralmente andrebbe tradotta come << Sfortunata è la terra che ha bisogno di eroi >>. La citazione è stata richiamata alla mente da una riflessione sulla figura di Roberto Saviano. Mi chiedo: E' ancora concepibile un pensiero di questo tipo, così fiducioso nelle risorse dell'uomo in quanto uomo e nella sua capacità di autodeterminazione?
 
Che spazio può avere l'anti-eroe brechtiano in una realtà dominata dalla produzione e dal consumo di tanti piccoli eroi quotidiani, invitati a sedere sul trono dei media e poi bruciati sulla pubblica piazza, la televisione, una volta ritenuti inutili? Quel perverso bisogno di apparire e di distinguerci - che ha trasformato del tutto il linguaggio politico in telemarketing elettorale - è una scena su cui l'uomoin- quanto-tale non trova più una sua collocazione. Se abbiamo tutti bisogno di una bacheca su internet per lanciare i nostri messaggi, capovolgendo così la sfera privata con quella pubblica - prerogativa, in passato, solo dei potenti - verrebbe da sospettare non solo che anche una figura come Saviano rischia di venire inesorabilmente bruciata dallo stesso fuoco che ha contribuito a crearlo, ma che, prospettiva ancor più tetra, non esista alternativa a questo girotondo. Ecco che l'eroe dei nostri giorni assomiglia sempre di più a quello che Nietzsche definì << la forma più avvicinabile dell'Essere umano, nel momento in cui l'uomo non ha più altra scelta >>. L'ultima spiaggia. Un estremo atto di delega, di rinuncia, di omertà.

Nei ragazzi della cooperativa e dei percorsi della legalità, nella parrocchia di Polistena, nelle testimonianze ascoltate e nell'esperienza fatta, ho invece trovato un segnale di forte discontinuità e un'umanità ancora in grado di fare la differenza facendo leva su qualità che ci appartengono in quanto esseri umani, non spettatori di un presente predeterminato ma attori sociali in grado di generare il cambiamento.

Giulio Pizzuto, 21/08/2010

Comunicati

  1. Da Pescara per Genova per la XVII giornata memoria e impegno

    Partenza da Pescara per Genova il 16 marzo alle ore 23:00 e ritorno nella tardi serata del 17 o prima mattinata del 18.

  2. Comunicato stampa su conclusione "Mafie al nord, corruzione ed ecomafie"

    Si è concluso giovedì 9 febbraio, il corso gratuito di formazione per amministratori e dipendenti della pubblica amministrazione "Mafie al nord, corruzione ed ecomafie", organizzato dall'Osservatorio provinciale sulle mafie di Libera Novara e da Avviso Pubblico.

  3. Vacanze: tutti in campo per coltivare la legalità

    Un tempo il terreno era di un boss della 'ndrangheta, uno della famiglia Piromalli. Poi gli è stato confiscato. E per anni quegli ettari di prato e rifiuti nella piana di Gioia Tauro sono rimasti lì, abbandonati alla desolazione. Oggi sono rinati grazie ai ragazzi della cooperativa Valle del Marro, che vi coltivano olivi, melanzane, pomodori...