Don Luigi Ciotti e la «guerra» di Rosarno. «Libera», l'associazione nata per combattere le mafie, ha un ruolo importante, in questo pezzo di Calabria dominato (in larga parte) dalle famiglie dell'ndrangheta. «I miei ragazzi sono lì, queste persone vanno difese...».
Che fare, adesso?
«Posso dire che a Rosarno è sempre stata attiva una diffusa rete di solidarietà tra la popolazione locale e gli immigrati, le comunità cristiane e non solo. C'è una cultura molto radicata tra la gente, quella di offrire aiuto, in modo concreto...il cibo, i vestiti, il sostegno di ogni giorno. Ma ogni dettaglio dell'accoglienza, la gestione del circuito perverso delle "assunzioni", dei rifugi in cui queste persone in cerca di lavoro sono costrette a vivere è da sempre nelle mani della mafia. Il clima di violenza, la ribellione che ne è seguita, nascono da qui».
Anche le reazioni degli immigrati sono state violente.
«Dobbiamo dirlo nel modo più chiaro possibile, la violenza va sempre respinta, anche se chi la pratica, come in questa occasione, ha mille buone ragioni. Sì, hanno avuto una reazione esagerata ma ora bisogna tentare di capire. Le mafia che controlla il territorio sfrutta nel modo più crudele possibile gli immigrati. E lo fa con cinismo e con una spietata determinazione. E con il ricatto. Mi sembra che le istituzioni si stiano muovendo in modo corretto, offrendo anche garanzie e una prima forma di tutela. E' la direzione giusta, la repressione, da sola, non serve».
Maroni ha individuato nella clandestinità dei caporali della mafia per tenere sotto controllo i lavoratori-schiavi. E' d'accordo?
«Sì, perchè le menti criminali che gestiscono ogni minimo aspetto dello sfruttamento, sanno che gli stranieri irregolari non possono neanche tentare di ribellarsi. Sono senza documenti, senza nessuna tutela da parte dello Stato, la loro unica possibilità è quella di subire, e di lavorare, per paghe misere. Trattati peggio delle bestie, provocati sistematicamente, privi di dignità e di ogni elementare diritto. E' quasi inevitabile che situazioni di questo genere, alla fine, generino la violenza. Lo scontro in atto con la popolazione locale, con cui da anni s'era stabilito un buon rapporto, è solo la causa diretta del modo di gestire il lavoro da parte delle organizzazioni criminali».
Come intervenire?
«C'è una sola linea. Quella di liberare il territorio dalla criminalità organizzata, sradicare le attività gestite dagli esponenti delle famiglie dell'ndrangheta. Per farlo, è necessaria un'azione concorde di tutte le istituzioni dello Stato, non solo di segmenti isolati della società civile. Non è una guerra, questa, che si combatte una tantum, sull'onda emotiva di un fatto spiacevole o sanguinoso. L'eco della rivolta di Rosarno presto si spegnerà. Ecco. L'azione di contrasto deve proseguire senza arrestarsi, sino a quando non saranno spazzati via i caporali e chi li comanda».
I lavoratori stranieri, ultimo anello della catena. Come difenderli?
«Il racket, con loro, può esercitare il massimo livello di violenza e intimidazione. Anche la sparatoria che ha innescato la rivolta va considerata come un messaggio preciso, per intimidire chi non vuole rassegnarsi, chi tenta di ribellarsi ai soprusi. I lavoratori si spostano da un territorio all'altro, seguendo i cicli delle stagioni e delle raccolte. E per questo sono ancora più indifesi, veramente gli ultimi. Accettano ogni tipo di condizione, anche la più iniqua, pur di sopravvivere. Potranno liberarsi dalla mafia solo attraverso la bonifica di questi vasti territori. Distruggere il male alle radici. Togliere una volta per tutte alle cosche il controllo delle attività economiche. Altro non c'è».
Massimo Numa su La Stampa | 9 gennaio 2010
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