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Rassegna stampa 10 dicembre 2009

REGALI DI NATALE ALLE MAFIE
 
Alla mafia che distrugge la Natività del Caravaggio, trafugata nel '69 a Palermo, ed è in grado di riscuotere il pizzo persinò dagli amministratori giudiziari dei beni confiscati, questo governo sta riconsegnando proprio detti beni, nascondendo la vergognosa mostruosità del misfatto dietro il vanto per la cattura dei grandi latitanti dovuta solo alle attività investigative di magistrati e forze dell'ordine che hanno sempre portato anche alla individuazione delle ricchezze illecitamente accumulate. E sotto l'albero, il processo breve OBerlusconi porterà poi in dono alla mafia la strenna natalizia del processo breve e della prescrizione breve, dopo essersi regalata la permanenza al governo del sottosegretario Cosentino, destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare per i suoi rapporti con i casalesi. Su quest'ultimo punto, che sia vero o meno ciò che dicono i pentiti camorristi lo accerteranno i magistrati, ma rimane la gravita della scelta del Pdl, inconcepibile per qualsiasi altro governo europeo, di destia o di sinistra. Avendo scritto personalmente la legge sulla destinazione sociale dei beni confiscati (con Anna Finocchiaro che l'ha traghettata in porto), sento tutta l'amarezza del tramonto di una stagione di vero contrasto alla mafia che conta, tra l'indifferenza dolosa di una maggioranza parlamentare capace di tanto scempio. A quest'ultima è stato .ripetutamente spiegato - ma non ce ne sarebbe stato bisogno - che difficilmente si troveranno sui nostri territori eroici acquirenti dei beni di un Riina o di un Graviano e che, quindi, inevitabilmente gli stessi ritorneranno, tramite ricchissimi prestanome, nel patrimonio delle famiglie mafioso. Saranno di nuovo confiscati? Niente panico: per la individuazione e la confisca ci vorranno anni di indagini e con il processo breve si sistemerà tutto! Non vedo come un Maroni o un Fini, tanto per citare due persone aliene da simpatie mafioso, possano accettare questo complesso di modifiche normative che ridanno fiato alle organizzazioni criminali e, nel contempo, sbandierare ai quattro venti la loro determinazione a debellare la mafia. Non c'è dubbio che ci siano dei beni confiscati residuali e inutilizzabili e questi andrebbero venduti, ma con la gran massa degli altri varrebbe la pena di fare un gran progetto di utilizzazione, fondi rurali per cooperative, beni immobili per i comuni (con relativi finanziamenti per utilizzarli), appartamenti per i senza casa, ecc., e con rapide procedure per la consegna al fine di evitare vandalizzazioni. Il governo delle «scorciatoie» invece taglia tutti i nodi burocratici e giudiziari e, tra una immunità e l'altra, infila anche questi regali alla mafia patrimoniale approfittando della finanziaria blindata con il solito voto di fiducia. Da tempo andiamo dicendo che questo centrodestra è funzionale agli affari delle mafie e ai suoi referenti: le organizzazioni criminali, per esempio, sono costantemente coinvolte in tutta Italia nella realizzazione di opere pubbliche, negli appalti, nella gestione dei servizi, nello smaltimento di rifiuti nocivi e sempre in combutta con politici e amministratnri nnhhiiri - nllp vnìtp anche di sinistra - senza che nulla cambi nel corso degli anni, ma mai si era vista una così palese attività di soccorso alle stesse. Qualcuno salvi questo Mezzogiorno avvelenato dalle scorie e dalla depredazione manosa prima che sia troppo tardi.
 
Giuseppe Di Lello su Il Manifesto | 10 dicembre 2009
 
 
 
LETTERA A MARONI SULLA MAFIA
 
Gentile ministro Maroni: ho lavorato a Palermo, come procuratore, per quasi sette anni, dal 1993 al '99. Anni diffìcili, densi di risultati importanti, che hanno consentito alla democrazia del nostro paese di non precipitare nel baratro senza fondo in cui lo stragismo terroristico-mafioso dei corleonesi voleva precipitarci. Al conseguimento di tali risultati hanno contribuito in tanti, forze dell'ordine, magistrati, società civile, istituzioni e uomini politici.
Fra questi un ruolo di primo piano l'ha avuto proprio Lei, come ministro degli Interni: per noi un riferimento sicuro, avendo più volte constatato la Sua disponibilità ad ascoltare prima di decidere. È ricollegandomi a quel periodo breve ma intenso: otto mesi nel 1994 - che mi permetto oggi di sottoporLe alcune questioni. Nella lotta alla mafia, si sa, tutto si tiene. Distrarsi su di un versante, se le cose vanno bene su altri, è un lusso non consentito. Lei giustamente sottolinea i successi delle forze dell'ordine nella ricerca e cattura dei latitanti. Al riguardo non si può non registrare una continuità - nel contrasto dell'ala militare di Cosa Nostra - che non si è mai avuta prima.
È da dopo le stragi del '92 che gli arresti "eccellenti" si susseguono ininterrotti: con Riina, Bagarella, Brusca, Aglieri Graviano e un'infinità di altri nel primo periodo; e poi via via fino ad oggi con Provenzano, Lo Piccolo, Raccuglia, Nicchi... mentre ormai le catture si intensificano anche per camorrae 'ndrangheta. Altrettanto giustamente Lei ricorda la stabilizzazione del 41-bis, cioè di un regime carcerario di giusto rigore nei confronti dei mafiosi detenuti che dovrebbe impedire loro di spadroneggiare anche stando in galera.

E sempre giustamente Lei rivendica alcune misure antimafia contenute nel cosiddetto "pacchetto sicurezza", forse solo aggiustamenti di un quadro già esistente - e tuttavia aggiustamenti significativi. Ma poste tali positività, vorrei - signor ministro - parlare anche delle ombre che rischiano di rendere l'azione antimafia disomogenea, non coerente su tutti i versanti interessati. Il primo punto riguarda la possibilità, fortemente voluta dalla maggioranza di governo, di vendere i beni confiscati ai mafiosi. Le cautele previste mi sembrano, obiettivamente, foglie di fico.

In realtà dubbi non ve ne possono essere. Quei beni, saranno i mafiosi a ricomprarseli tutti, facendone un sol boccone : perché godono di una liquidità che nessun altro operatore economico si può sognare, perché possono utilizzare un esercito di insospettabili prestanome, e perché se qualcuno osasse mettersi di traverso partecipando all'asta o trattativa i mafiosi sa-' prebbero bene come convincerlo a desistere. Mentre subisce duri colpi in termini di arresti, ecco che la mafia trova una sorta di rianimazione sul versante del suo potere economico. Il vecchio detto "calati iuncu ca passa 'a china... " sarebbe ancora una volta confermato: le organizzazioni criminali risulterebbero sostanzialmente in recupero, con un forte danno per la credibilità dell'antimafia complessivamente considerata, in netta controtendenza con i successi degli arresti.

Anche col recupero di un solo bene confiscato l'arroganza mafìosa potrebbe cantare vittoria, rivendicando - ancora una volta - la sua supremazia. Per non dire della diminuzione verticale che potrebbero registrare le destinazioni a finalità sociali dei beni confiscati. Con conseguente sterilizzazione dello straordinario valore che tali destinazioni hanno sul piano del coinvolgimento della società civile nella lotta alla mafia. Restituire alla collettività ciò che il crimine organizzato le ha rapinato significa fare dei sudditi della mafia dei cittadini alleati dello Stato. Un valore aggiunto delle confische che forse interessa relativamente al mini- stro dell'Economia Tremonti, ma che non può non stare fortemente a cuore di chi come Lei - ministro Maroni - della lotta alla mafia è istituzionalmente il principale responsabile.

La proposta di un'Agenzia nazionale, infine, va nel senso (positivo) che da anni e anni è auspicato da tanti. Ma ipotizzarla mentre viene "codificata" la possibilità di vendere i beni confiscati, equivale un po' - io credo a governare la stalla dopo aver dato il largo ai buoi. Un altro punto caldo riguarda la riforma delle intercettazioni, che - nel progetto già approvato dalla Camera - sarebbero di fatto impedite o quasi per tutti i reati che non siano fin da subito riconducibiliallamafia. Ma tra questi, lo dimostra l'esperienza, rientra anche tutta una serie di gravi delitti (estorsioni, usura, bancarotta, Corruzione, aste o appalti truccati, frodi, falsi...) che sono tipici delle mafia "economica", per disvelare la quale però occorrono approfondite indagini che delle intercettazioni non possono fare a meno.

In sostanza, con la riforma si finirebbe - di fatto - per offrire una specie di "scudo" che sarebbe assolutamente controproducente nella lotta alla mafia, una mafia che sempre più - come Lei, signor ministro, sa perfettamente - da impresa criminale va evolvendo proprio in impresa economica. Poi c'è la grave questione delle procure di frontiera che ormai sono letteralmente sguarnite. I posti scoperti per la mancanza dipm, in Sicilia come in Calabria (ma non solo), sono ormai decine e decine. Ora, se polizia e Cc arrestano fìor di latitanti ma poi non ci sono i pm per fare le indagini, si rischia la schizofrenia. E sono sicuro che Lei, signor ministro, questo non lo vuole.
Si faccia allora promotore di soluzioni che pongano rimedio a una situazione insostenibile, che porterà alla catastrofe prima di tutto proprio sul versante antimafia. Per esempio consentendo di impiegare nelle procure - come in passato - i magistrati di prima nomina, prevedendo nel contempo un corso "specialissimo" di formazione, di congrua durata, mirato sulle specifiche funzioni da assolvere.

Ci sarebbero, signor ministro, tante altre' cose da dire; Mi limito a una soltanto, non per facile polemica, ma perché - anche in que sto caso - tutto si tiene. Mi chiedo : che effetto può avere (sui poliziotti che rischiano la pelle per arrestare pericolosi criminali) sentire che da uomini con incarichi pubblici importanti un tizio come Mangano viene ostinatamente definito "eroe"?

 Eroi sono i poliziotti, non i mafiosi che essi assicurano alla giustizia. Controbattere queste "allegre" definizioni - mi creda - non può che far bene all'antimafia e al morale delle forze dell'ordine.
RingraziandoLa per l'attenzione, Le auguro buon lavoro.

Gian Carlo Caselli su Il Fatto Quotidiano | 10 dicembre 2009


 
ALFANO AI MAGISTRATI: MENO TV E CONVEGNI E PIU' PRESENZE IN AULA
 
«Lavorando di più in procura e senza le luci delle telecamere si arresta qualche latitante in più. Quindi, con qualche convegno in meno e qualche latitante arrestato in più si fa il bene del paese». Così ieri il ministro della Giustizia Angolino Alfano si è rivolto ai magistrati. Ed è scontro con l'Anm sulle sedi disagiate. Allarme del procuratore nazionale Antimafia Grasso: non si cambi la legge sui pentiti. - pagina 18 Giustizia. Il guardasigilli presenta con Maroni i risultati contro la mafia e si rivolge alle toghe: lontano dai riflettori si arrestano più latitanti Alfano ai pm: in procura, non in tv Scontro con l'Anm sulle sedi disagiate - Grasso: non si cambi la legge sui pentiti «Mafia in ginocchio, la sconfiggeremo». Il minisro dell'interno Roberto Maroni (a sinistra) e quello della Giustizia Angelino Alfano ieri in Senato. Al centro Maurizio Gasparri, capogruppo dei senatori Pdl Marco Ludovico ROMA - -:; siili Attaccali guardasigilli Angelino Alian0;i magistrati devono stare meAo sotto i riflettori dei media e lavorare di più. Poi accusa le toghe e l'Anm (associazione nazionale magistrati), in particolare, di non aver collaborato con il governo per coprire le sedi disagiate. La replica a distanza arriva dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso: «Le indagini le fanno le forze dell'ordine e la magistratura, che non si fanno distogliere, ma anzi continuano sempre più efficacemente il contrasto alla criminalità organizzata». La tensione divampa dopo una conferenza stampa al Senato di Alfano con il titolare degli Interni, Roberto Maroni, e i vertici del Pdl. All'ordine del giorno, i risultati del governo nella lotta a Cosa Nostra, presentati sostiene il capogruppo Maurizio Gasparri - «anche a prescindere» dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza sul premier Berlusconi. Ma il vicepresidente del Senato, la leghista Rosi Mauro, ricorda comunque che «i pentiti non possono sfiduciare l'Esecutivo». Maroni e Alfano snocciolano i dati. Dal maggio del 2008, ricorda il Viminale, sono stati arrestati 21 dei 30 latitanti più pericolosi, «un risultato superiore delioo°/o rispetto ai 19 mesi precedenti»; sono stati bloccati, inoltre, 299 latitanti (+83%), confiscati 2.842 beni per un valore di 1,8 miliardi di euro (+328%), mentre i beni sequestrati sono stati 11.410, per un valore di 6,2 miliardi di euro (+71%). Il responsabile della giustizia annuncia che firmerà anche per il boss Gianni Nicchi il regime di 41 bis arrivando così «al record storico di 645 detenuti» in regime di carcere duro. Poi, la stoccata ai giudici: «Questa è l'antimafia delle leggi e dei fatti» e Cosa nostra, proclama il guardasigilli, ormai «è in ginocchio». Arriva anche il monito: «Lavorando di più in procura e senza le luci delle telecamere si arresta qualche latitante in più». A Montecitorio, nel pomeriggio, Alfano aggiunge altra materia di polemica: il governo, dice, è stato posto in una «condizione di assoluta solitudine» nell'affrontare il problema delle sedi disagiate e su 100 posti banditi, rimarca, «senza essere stati aiutati in nulla dall'Anna o dalle mailing list dei magistrati, siamo riusciti a coprirne oltre 50». Contrattaccal'associazione magistrati: per il presidente Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini «la ricostruzione del ministro non corrisponde al vero. L'accusa di mancata collaborazione è infondata, il guardasigilli ha la memoria corta visto che avevamo previsto fin dal giugno 2008 l'attuale situazione drammatica». Poi, aggiungono, non c'è nessun protagonismo perché è «legittima la presenza pubblica dei magistrati». Il procuratore Piero Grasso, in serata, non solo assicura che magistratura e forze dell'ordine fanno un lavoro eccellente contro la criminalità organizzata, apprezzato anche all'estero, ma poi indica alcuni punti fermi: «La polemica e lo spauracchio sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa io lo ridurrei a nulla, perché si tratta di clamore non giustificato. Le condanne sono pochissime e - mette in evidenza - non è mai avvenuto di essere condannati per mafia se non si è mafiosi. Comunque è molto difficile condannare qualcuno senza le prove». Sui pentiti Grasso sottolinea: «Si può intervenire, aumentando i termini di 180 giorni, in modo tale da consentire agli inquirenti di avere più tempo per raccogliere le loro dichiarazioni. Però, sono d'accordo col ministro Maroni quando dice che la legge sui pentiti va bene così». Ieri il ministro dell'Interno ha rilanciato l'idea di «una vera e propria agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati che possa valorizzare i primi finché non arrivi il provvedimento di confisca e possa usare al meglio quelli confiscati, anche vendendoli». È arrivato anche l'ok di don Luigi Ciotti, presidente di Libera, contrario invece alla vendita dei beni confiscati prevista dalla Finanziaria. Una norma, quest'ultima, che lascia perplesso, tra l'altro, il servizio studi della Camera: i paletti posti alla vendita vanno chiariti, dicono i tecnici, tanto che «non risulta chiaro come si configuri il diritto di opzione prioritaria previsto» a favore delle cooperative edilizie di forze armate e di polizia.
 
Ludovico Marco su Il Sole24Ore | 10 dicembre 2009

 
 
BENI CONFISCATI: L'AGENZIA SAREBBE UN GOL
 
Un'Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati alle mafie. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ne ritiene «utile» la creazione. Anzi annuncia che farà parte del piano nazionale antimafia che intende far approvare dal Consiglio dei ministri a gennaio. Un'ottima notizia ma... La proposta non è cosa nuova, ed è un bene che sia stata fatta propria dal responsabile del Viminale.

Da anni l'istituzione di un'Agenzia nazionale - che possa seguire passo dopo passo l'iter della confisca, accelerando le procedure, garantendo il loro migliore uso a fini sociali o istituzionali (come richiede la legge 109 voluta da un milione di cittadini che la sottoscrissero tredici anni fa), tutelando le iniziative delle associazioni del volontariato e le cooperative da possibili vendette o tentativi di riconquista da parte delle cosche - è chiesta a gran voce dal mondo dell'antimafia.
 
L'associazione Libera di don Luigi Ciotti, che promosse proprio la legge 109, ne ha fatto uno dei propri cavalli di battaglia, forte delle tante cooperative che coltivano centinaia di ettari di buona terra strappata ai boss, producendo olio, vino, pasta, pomodori, e tanti altri frutti di questa terra non più 'cosa loro' ma 'casa nostra'. Nel novembre 2006, in occasione della prima edizione di Contromafie, gli stati generali dell'antimafia organizzati a Roma proprio da Libera, tra gli impegni chiesti al governo, allora di centrosinistra, ci fu proprio l'istituzione dell'Agenzia. Romano Prodi la promise ma poi (tempi stretti, pochi fondi, 'distrazioni'...) ci si limitò alla riedizione di un Commissario straordinario di governo. Lo scorso novembre, in occasione della seconda edizione di Contromafie, il manifesto finale ha nuovamente chiesto l'istituzione dell'Agenzia. Una struttura ritenuta fondamentale anche dai magistrati, a partire dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, da esponenti delle Forze dell'ordine e, almeno a parole, da tutti i partiti. Ora arriva l'annuncio di Maroni. Bene, lo ripetiamo, davvero una buona notizia. Ovviamente attendiamo al varco di gennaio la promessa del ministro, che probabilmente dovrà temere i cordoni stretti del collega Tremonti: un'Agenzia che funzioni bene e non sia solo di facciata, avrà bisogno di personale preparato e di mezzi sufficienti. Le cosche, purtroppo, hanno gli uni e gli altri in abbondanza... Lo Stato, dunque, non dovrà lesinare. Per questo noi, come abbiamo già fatto nel passato, continueremo a sostenere la proposta. È la strada giusta. Ma proprio per questo non ci è piaciuta l'aggiunta del ministro quando ha spiegato che l'Agenzia dovrà anche occuparsi della vendita dei beni immobili confiscati, pur se ha aggiunto «con tutte la cautele possibili». A noi questa possibilità introdotta nella Finanziaria 'per fare cassa', ci preoccupa molto. Certo, come ha sottolineato sempre ieri Maroni, già da tempo è possibile vendere i beni aziendali confiscati. Ma, purtroppo, proprio per questi, non sono pochi i casi di aziende tolte ai boss e poi rivendute a loro prestanome. Molto meglio, allora, impegnarsi per farle funzionare, promuovendo lavoro doppiamente pulito. Per evitare che si dica che la mafia dà lavoro e lo Stato non ci riesce. Per questo la vendita dei beni confiscati, sia aziendali che, a maggior ragione, tutti gli altri, proprio non va.
Continuiamo a pensare che sarebbe un gran brutto segnale di incapacità delle istituzioni, anzi «un vero e proprio autogol», come ci ha scritto un sacerdote siciliano che da anni gestisce beni confiscati per attività di assistenza e promozione sociale. L'Agenzia, invece, sarebbe davvero una rete da antologia. Non roviniamola con sospetti di fuorigioco...
 
Antonio M. MIra su Avvenire | 10 dicembre 2009 

Comunicati

  1. Tribunali in terra di mafia

    Il buon senso oggi ci invita a non rassegnarsi al disegno, che ci pare si possa definire frettoloso, di ridurre il numero delle strutture dell'ordinamento giudiziario presenti su un territorio di 'ndrangheta. In Calabria, esse rappresentano protezioni tutt'ora necessarie, e da portare finalmente a regime.

  2. La prima tappa di Libera la natura

    E' cominciato il nuovo viaggio di "Libera la Natura", l'iniziativa di "Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" e del Gruppo sportivo del Corpo Forestale.

  3. Corruzione: attendiamo la legge dal 1999

    «È dal 1999 che attendiamo la legge contro la corruzione. Il governo l'ha presentata con molta forza, forse è che non la vogliono. Si dovrebbbe tornare indietro sull'abuso d'ufficio e sul falso in bilancio. La corruzione pubblica fa da viatico ad interessi, a giochi, a poteri». Lo ha detto don Luigi Ciotti, presidente di 'Liberà, a margine della presentazione della mostra fotografica 'Il silenzio è mafia. Falcone e Borsellino 20 anni dopò a Palazzo Incontro.