
La norma passata in Finanziaria compromette i risultati sin qui conseguiti nella confìsca di beni dei mafiosi. Le proposte di Libera e di Avviso pubblico perché il Paese si riappropri di ciò che davvero è "cosa nostra". Gli arresti e le condanne da soli non bastano. È necessario colpire la mafia nei suoi interessi. Le deve essere sottratto il denaro sporco".
Pio La Torre, grande sindacalista e uomo politico ucciso da cosa nostra, è stato il primo a capile la necessità di attaccare l'economia mafiosa. La legge Rognoni-La Torre del 1982, approvata dopo la sua morte, introduce l'articolo 416 bis, che definisce il reato di associazione mafiosa, e istituisce la confisca dei beni del crimine organizzato. Quattordici anni dopo, nel 1996, Libera raccoglie un milione di firme per una legge, la 109/96, che finalizza la confisca all'uso sociale: le ricchezze mafiose sono un furto alla collettività.
E, come tali, alla collettività devono tornare. Ora quella legge, che ha permesso la confisca di 9.100 beni e l'assegnazione di circa 5 400 (di cui 539 consegnali alle forze di polizia, il resto gestiti da 480 Comuni e da 150 associazioni), rischia di essere tradita nello spirito e mutilata nell'efficacia. Un emendamento della Finanziaria passata in Senato stabilisce infatti che i beni immobili non destinali entro i tempi previsti - ire mesi o sei nei casi più complessi - siano messi in vendita. Data la difficoltà delle procedure e le lungaggini burocratiche, è ipotizzabile che la nonna sia applicata alla totalità dei beni.
Sono infatti ben 3.213 quelli attualmente bloccati all'agenzia del Demanio: il 36 per cento perché soggetti a ipoteche bancarie, il 30 perché occupati, un'altra consistente pane perché beni indivisibili. Libera non ha mai considerato il divieto di vendita come un "dogma" che non ammette eccezioni. In questo caso, però, l'eccezione rischia di diventare la regola, e le prime a rallegrarsene sarebbero proprio le organizzazioni criminali: già ora fanno di tutto per eludere i controlli e riappropriarsi dei beni, figuriamoci se terreni, ville e alberghi fossero messi all'asta!
A essere colpiti, con la credibilità delle istituzioni, sarebbero i risultati di una legge che non si è limitata ad affermare un principio etico, ma l'ha tradotto in metodo, in orizzonte operativo: la lotta alle mafie è efficace se sappiamo saldare il contrasto al crimine con le politiche sociali, i posti di lavoro, i progetti educativi capaci di risvegliare le coscienze, denunciare le complicità e le contiguità, aprire un varco nell'edificio d'illegalità, corruzione, indifferenza su cui si fonda il potere mafioso.
Una legge che ha saldato la legalità alla corresponsabilità, e che ha individuato nelle attività sui beni confiscati una delle chiavi di volta del cambiamento. Non possiamo permetterci di perdere questo patrimonio, di uccidere la speranza che ha generato, di vanificare una ricchezza sociale, etica, culturale nata dalle ricchezze sporche di sangue delle mafie.
Per questo, come Libera e Avviso pubblico, abbiamo chiesto di ritirare l'emendamento. Ma nello spirito costruttivo che ha sempre animato il nostro rapporto con le istituzioni - spirito di servizio da non confondersi col servilismo - non ci limitiamo a dire no: la nostra denuncia vuole essere proposta.
Si rafforzi allora l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. Si introducano norme e organismi che facilitino il riutilizzo sociale dei beni. Venga applicata la nonna che estende la confisca e l'uso sociale alle proprietà dei corrotti. Siano prioritariamente destinati ai familiari delle vittime e ai testimoni di giustizia i proventi dei beni mobili e i soldi sottratti alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra".
don Luigi Ciotti su Famiglia Cristiana | 4 dicembre 2009
Il buon senso oggi ci invita a non rassegnarsi al disegno, che ci pare si possa definire frettoloso, di ridurre il numero delle strutture dell'ordinamento giudiziario presenti su un territorio di 'ndrangheta. In Calabria, esse rappresentano protezioni tutt'ora necessarie, e da portare finalmente a regime.
E' cominciato il nuovo viaggio di "Libera la Natura", l'iniziativa di "Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" e del Gruppo sportivo del Corpo Forestale.
«È dal 1999 che attendiamo la legge contro la corruzione. Il governo l'ha presentata con molta forza, forse è che non la vogliono. Si dovrebbbe tornare indietro sull'abuso d'ufficio e sul falso in bilancio. La corruzione pubblica fa da viatico ad interessi, a giochi, a poteri». Lo ha detto don Luigi Ciotti, presidente di 'Liberà, a margine della presentazione della mostra fotografica 'Il silenzio è mafia. Falcone e Borsellino 20 anni dopò a Palazzo Incontro.