
La mafia potrà ricomprarsi i beni confiscati
IL "REGALO" IN UN EMENDAMENTO ALLA FINANZIARIA
Si scrive articolo 18-sexiescies proposta di modifica n. 2.3000 Ddl n. 1790 e si legge regalo alla mafia. Gli emendamenti alla Finanziaria - si sa - spesso assomigliano ai temuti cartoncini arancioni del Monopoli, gli "imprevisti", e in questo caso c'è davvero da mettersi le mani nei capelli. Su proposta del relatore del Pdl Maurizio Saia, il Senato ha approvato una norma che consente la vendita al pubblico dei beni confiscati alle mafie, nel caso in cui non vengano asegnati entro 90 giorni dalla confisca. In pratica le cosche, di certo non sprovviste di liquidità, potranno più o meno agevolmente rientrare in possesso di terreni e immobili che - in base alla legge 109 del 1996 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati - vengono da anni assegnati ad associazioni e cooperative, con risultati spesso straordinari. Per la verità, l'emendamento tenta di scongiurare l'infausta eventualità, stabilendo che il competente dirigente dell'Agenzia del Demanio (cui viene affidato il compito di vendere entro sei mesi) "richieda al Prefetto della Provincia interessata ogni informazione utile affinchè i beni non siano acquistati, anche per interposta persona, dai soggetti cui furono confiscati, o da soggetti altrimenti riconducibili alla criminalità organizzata". Nobile intento, solletico per la mafia: "Vendere - dichiara Luigi Ciotti, presidente di Libera - è un tragico errore. Si tradisce l'impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta di legge sull'uso sociale dei beni e si corre il rischio di restituirli, di fatto, alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi prestanome, come già risulta da molti segnali arrivati dai territori più esposti all'influenza dei clan". I boss, dal Piemonte alla Sicilia, mal tollerano, che qualcuno - ,agari cooperative di giovani cui viene garantito lavoro vero e non nero - bazzichino su case e terreni un tempo di loro proprietà: "Gli esempi non mancano - racconta Davide Pati, responsabile beni confiscati di Libera - basti pensare ai recenti casi in provincia di Caserta, Palermo e Crotone, dove tentativi per tornare in possesso di case e terreni tramite prestanome sono accertati. Senza dimenticare i decreti di scioglimento per infiltrazione amfiosa di alcuni comuni del Sud, dove espressamente si indicava la gestione non corretta dei beni confiscati tra le cause del provvedimento". Ora basterà aspettare novanta giorni, evitando di sprecare energie in intimidazioni varie: è noto infatti come molti bandi vadano spesso deserti: "Cooperative e associazioni - racconta Walter Molino, animatore del blog LiberaMente - anche con progetti interessanti hanno paura a candidarsi per l'assegnazione di un bene confiscato a mafiosi ancora a piede libero. Figuriamoci adesso che bastano tre mesi per rimettere tutto in vendita". Novanta giorni assomiglia molto a un termine capestro, ed è un pericolo che incombe su oltre tremila immobili sparsi per l'Italia: "I beni - prosegue Davide Pati - spesso sono occupati, gravati da ipoteche, bisognosi di interventi di ristrutturazione. Sforare i 90 giorni è un attimo. Con questo emendamento lo Stato si arrende alla sua inefficienza, invece di trovare soluzioni adeguate, come l'Agenzia Nazionale per i beni confiscati che gli addetti ai lavori chiedono da anni". Un maldestro tentativo di fare cassa (il ricavato della vendita dovrebbe finire ai ministeri dell'Economia e della Giustizia) che la Camera ha comunque ancora il tempo per correggere.
Stefano Caselli 15 novembre 2009 | Il Fatto Quotidiano
"Un attentato a legalità e uguaglianza la politica abbia il coraggio della verità"
I vescovi Don Luigi Ciotti spiega il suo sì all´iniziativa di Saviano: "Questo disegno di legge è un inganno"
TORINO - «Questo è un attentato, o meglio sono due: al principio di legalità e di uguaglianza. Quello di Saviano è un appello giusto, puntuale, necessario. Non posso che aderire, perché mai come in questo momento serve che si passi al "Noi", ognuno deve assumersi la sua responsabilità secondo la propria competenza». Don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e dell´associazione Libera, sottoscrive la lettera di Roberto Saviano a Berlusconi perché sia ritirata la legge sul "processo breve".
Don Ciotti, Saviano si definisce uno che rappresenta solo se stesso, uno scrittore. Lei è un sacerdote. Perché pensa che questo invito debba coinvolgere tutti?
«Conosco Roberto, la sua passione, la sua generosità. In realtà mi piacerebbe che si arrivasse ad un punto in cui appelli come questo non fossero più necessari. Se ci fosse davvero un "Noi" tutti si sentirebbero corresponsabili e gli appelli sarebbero inutili. Io sono un sacerdote e come riferimento ho il documento dei vescovi del 1991, nel quale si chiarisce quello che non si deve fare, cioè obbedire all´ingiustizia e rendersene complici direttamente o per superficialità o ancora per indifferenza. Parlo dunque anche alla mia coscienza di sacerdote oltre che di cittadino. In questo caso è in gioco anche la nostra dignità. Le associazioni di Libera collaborano a progetti importanti con tutte le istituzioni, di ogni colore. Da parte nostra non ci sono pregiudizi nei confronti del governo, ma il nostro è un servizio e non servilismo, in qualche caso servono critica e denuncia».
Lei parla di attentato alla legalità e all´eguaglianza. Ci spiega a quali situazioni concrete pensa nella sua esperienza di presidente di Libera?
«Il titolo di questo provvedimento è "misure a tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi". Se questa è l´idea siamo d´accordo, siamo tutti convinti della necessità di arrivare a processi rapidi. Il punto però è che per ottenere questo scopo si devono dare strumenti adeguati, mezzi e personale, come chiedono i magistrati. Invece quello che è stato proposto è un inganno. Un attentato alla legalità perché inserisce una scadenza alla possibilità di accertare la verità, anziché fornire gli strumenti per accelerare i processi. E all´uguaglianza perché stabilisce circuiti diversi, quello per i supergarantiti, che ha un termine, e quello destinato invece alla criminalità di strada, al traffico illecito di rifiuti, agli infortuni sul lavoro. Processi che non hanno un limite. Due percorsi di giustizia, inaccettabile».
Lei ha annunciato battaglia anche sul ritorno alla vendita dei beni confiscati alla mafia. Pensa che i due provvedimenti siano intrecciati?
«Sono segnali che hanno una radice comune. In questo caso si va contro al desiderio espresso da un milione di italiani che nel 1996 avevano espresso la loro opinione. I boss sono interessati a tornare in possesso di quei beni e lo hanno dimostrato. Ci batteremo per questo, così come lotteremo perché il denaro liquido vada ai familiari delle vittime e ai testimoni di giustizia».
Quale invito aggiungerebbe alla lettera di Saviano?
«Faccio un appello anch´io. La politica è chiamata ad un grande atto di coraggio, deve abbandonare la facile strada del consenso o finire schiacciata dalla tutela degli interessi di qualcuno. La strada più difficile da percorrere è quella della giustizia e della verità».
Sara Strippoli 15/11/2009 | Repubblica
All'asta i beni tolti alla mafia «Il regalo del governo alle cosche»
Gli immobili confiscati ai criminali non saranno più destinati ad usi sociali ma venduti Alla mobilitazione generale contro le mafie «Milano dice No» rimbalza l'emendamento sulla vendita dei beni mafiosi votato al Senato venerdì. Unanime il coro degli esponenti antimafia: «È un regalo alle cosche».
A sentire chi la mafia la combatte ogni giorno, non c'è miglior regalo che lo Stato può fare alle organizzazioni criminali rimettendo in vendita i beni confiscati alle cosche. Sarà così, se anche alla Camera passerà l'emendamento alla Finanziaria votato venerdì dal Senato. Una misura che va contro la legge 106del 1996, che prevede la destinazione ad usi sociali dei beni immobili sequestrati ai mammasantissima. Chi ne soffrirà maggiormente - oltre alla lotta alle mafie - saranno quelle associazioni - come Libera - che nel 1996 con un milione di firme proposero quella legge.
MILANO DICE NO Ieri il tema è rimbalzato a Milano, dove le cosche ci sono e guardano all'Expo. Qui è in corso da venerdì la tre giorni di mobilitazione contro le mafie dal titolo «Milano dice No». All'iniziativa - promossa da consiglieri comunali di centrosinistra, tra cui il capogruppo Pd Pierfrancesco Majorino - hanno preso parte diversi esponenti dell'antimafia. Come Laura Garavini, capogruppo della commissione antimafia per il Pd alla Camera. Senza mezzi termini la Garavini ha bollato l'emendamento come «scandaloso». Una misura che «compromette uno degli strumenti principali nella lotta alla criminalità organizzata », dice la deputata dal palco milanese. Tutto questo perché «l'obiettivo del governo è fare cassa ». Ma rimettere all'asta i beni tolti ai mafiosi può voler significare restituirglieli a prezzi scontati. Facile infatti immaginare un'asta in qualche territorio ad alta densità criminale dove, «facendo pressioni sui potenziali cittadini interessati ai beni, le cosche possono riappropriarsene» senza problemi. Togliere il vincolo dell'uso sociale di queste proprietà vuol dire otretutto sottrarle a chi potrebbe utilizzarle in modo utile. Alle associazioni, le cooperative, o a chi è disoccupato. «Il messaggio che passa è: la mafia è destinata a sopravvivere », conclude Garavini.
CLIMA PESANTE «Una porcheria, un regalo ai mafiosi », rincara la dose Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare antimafia. «Un fatto grave, in sintonia con il clima che si respira in Parlamento. Basti guardare alle vicende di Fondi o al caso Cosentino». Secondo l'emendamento, ricorda poi Forgione, le aste saranno gestite a livello locale dai funzionari dell'agenzia del demanio, «alcuni dei quali già trovati con le mani in pasta». Sulla stessa linea il commento di Achille Serra, senatore Pd. L'ex prefetto di Roma ricorda i centri culturali aperti nella capitale grazie alle strutture sottratte alla criminalità. E aggiunge: «Il Pd aveva proposto la costituzione di un'agenzia per la gestione di questi beni, che potevano essere destinati anche alle forze dell'ordine, senza risorse e spesso sotto sfratto ». Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela oggi europarlamentare, pensa invece ai ragazzi di Corleone o di Canicattì, che hanno messo in piedi cooperative che funzionano là dove il padrone di casa si chiamava Provenzano. «I beni rubati alla collettività - dice Crocetta - devono tornare alla collettività. Ma non così: le famiglie mafiose mai permetterebbero ai cittadini di acqustare le "loro" proprietà all'asta. In Europa lavoriamo ad una direttiva sulle confische».
Giuseppe Vespo 15/11/2009 | Unità
«I beni confiscati rimangano allo Stato»
L'emendamento votato venerdì al senato «è un vero regalo alle mafie». I deputati devono bloccare la norma che prevede la possiblità di vendere i
beni confiscati alla mafia. L'appello è del vicepresidente di Legambiente, Sebastiano Venneri, dopo l'approvazione di palazzo Madama alla Finanziaria 2010, che nei prossimi giorni passera alla camera per laseconda lettura. La norma introdotta, afferma Venneri, «è uno schiaffo a quel milione di firme raccolte da Libera che nel 1996 permisero l'approvazione della legge sull'uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività». Con la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, è la denuncia di Legambiente le «società a partecipazione mafiosa
già si stanno attrezzando per riacquistare i beni confiscati: facciamo appello, alla classe politica di questo paese, in particolar modo alla sensibilità di tanti deputati del centro destra per abolire l'emendamento nel suo passaggio alla camera. La lotta alle mafie - conclude Venneri - non si può
permettere questi autogol. Ancora una volta nella lotta alla criminalità organizzata il Governo predica bene e razzola male». Contro l'emendamento
sotto accusa l'altro ieri, subito dopo l'approvazione della norma al senato, avevano protestato alcuni deputati dell'opposizione e lo stesso fondatore
di Libera, Luigi Ciotti.
15/11/2009 Il Manifesto
Partenza da Pescara per Genova il 16 marzo alle ore 23:00 e ritorno nella tardi serata del 17 o prima mattinata del 18.
Si è concluso giovedì 9 febbraio, il corso gratuito di formazione per amministratori e dipendenti della pubblica amministrazione "Mafie al nord, corruzione ed ecomafie", organizzato dall'Osservatorio provinciale sulle mafie di Libera Novara e da Avviso Pubblico.
Un tempo il terreno era di un boss della 'ndrangheta, uno della famiglia Piromalli. Poi gli è stato confiscato. E per anni quegli ettari di prato e rifiuti nella piana di Gioia Tauro sono rimasti lì, abbandonati alla desolazione. Oggi sono rinati grazie ai ragazzi della cooperativa Valle del Marro, che vi coltivano olivi, melanzane, pomodori...