El Espectador rivela le prove che mettono in relazione cittadini mediorientali in Colombia con la temuta banda del narcotraffico di Antioquia e il gruppo terroristico libanese Hezbollah.
Nello sviluppo dell'Operazione Titán, agenti del DAS il 13 ottobre scorso hanno catturato a Bogotá il cittadino libanese Chekri Mahmoud Harb, per il quale gli Stati Uniti hanno richiesto l'estradizione per i reati di narcotraffico e riciclaggio di denaro. La sua detenzione è passata inosservata, ma un recente giudizio della Corte Suprema di Giustizia, autorizzando il suo trasferimento verso questo Paese, lo ha riportato nella mappa del crimine organizzato del più alto livello internazionale. Secondo l'accusa di una Corte del distretto Sud della Florida, il libanese era, né più né meno, il contatto tra la temibile Oficina de Envigado (organizzazione criminale colombiana, ndt) e il gruppo terroristico mediorientale di Hezbollah.
La decisione della Corte, datata al 4 di marzo scorso e nota a questa testata, rivela inoltre che attraverso un testimone confidenziale, chiamato per sicurezza CS1, la DEA ha constatato che dall'aprile 2006, ex paramilitari rintanati nella Oficina de Envigado hanno distribuito narcotici in Stati Uniti, Messico, Europa e Medio Oriente, configurando una via strategica per espandere i loro traffici illeciti verso l'Africa. Il testimone sotto protezione, che è riuscito ad infiltrarsi nell'Oficina ha riferito inoltre che i milioni di utili dal traffico di stupefacenti "sono reinviati in Colombia".
E' la prima volta che la giustizia ha potuto documentare un nesso tra terroristi del Medio Oriente con la Oficina de Envigado. E, secondo la DEA, tale nesso è corroborato per mezzo di Chekri Mahmoud Harb, conosciuto con lo pseudonimo di "Talebano" e attualmente detenuto nel penitenziario di massima sicurezza di Cómbita (Boyacá). Ma il legame arabo si completa anche con Alí Ahmad Kaddoura, Alí Mohamad Abdul Rahim, Zakaria Hussein Harb e Imad Abdul Rahim Alvarado, tutti accusati dalla giustizia nordamericana per narcotraffico e per i quali è stata formalmente sollecitata l'estradizione dal settembre dell'anno passato.
Chekri Mahmoud Harb, nato nell'agosto del 1961, commerciante di professione e residente a Medellín, è il "gerente dell'organizzazione di traffico di narcotici dell'Oficina", e coordina "la raccolta in Colombia dei proventi della vendita di stupefacenti che provengono dal Medio Oriente e dall'Africa, e pianifica il traffico verso gli Stati Uniti", come riporta l'accusa della DEA a suo carico. A sua volta, una agente sotto copertura ha dichiarato di aver tenuto una riunione con Talebano nel giugno del 2007 nella quale fu il libanese stesso a confermare la sua partecipazione e ruolo nella Oficina de Envigado.
Secondo le prove in possesso di agenti nordamericani e del DAS, che nel corso degli anni hanno seguito minuziosamente i passi di questa organizzazione clandestina in Medio Oriente, Alí Ahmad Kaddoura, un commerciante con affari a Bogotá y Barranquilla, era incaricato di inviare partite di cocaina in Africa e , attraverso vari magazzini di tessuti a Bucaramanga, si è incaricato di ripulire il denaro. Da parte sua, Alí Mohamad Abdul Rahim era il contatto del capo colombiano Francisco Antonio Flórez Upegui, alias Don Pacho - catturato sempre nell'ambito dell'Operazione Titán e capo della Oficina de Envigado - per inviare droga verso il Medio Oriente.
Inquirenti della DEA e del DAS descrivono Chekri Mahmoud Harb come un esperto riciclatore di dollari, con connessioni in Siria, Egitto e Libano, i cui guadagni di narcotrafficante andavano in parte a patrocinare, pare, gruppi come Hezbollah. Questa è la conclusione principale delle agenzie di intelligence nordamericane e colombiane che, dopo aver intercettato 370 linee di cellulari e analizzato migliaia di conversazioni fra membri della Oficina de Envigado e i loro contatti in Medio Oriente, hanno stabilito strade, imprese fittizie e ramificazioni in paesi come Panama, Guatemala, Costa Rica e Cina.
La decisione della Corte Suprema di Giustizia svela anche la partecipazione di persone come Carlos Enrique González Hoyos, che controllava la distribuzione di eroina per conto dell'Oficina; Óscar Fernando González Lenis, alias El Negro, capo della banda in Cali e responsabile degli invii di cocaina verso il Guatemala e Panama; o altri come Enrique Rincón, Hernán Darío Restrepo Cossio, alias El Primo; Cecilia Madrid Franco, Róbinson Duván Acosta Serna, alias Beto; Ramón Alberto Cañas Pulido e Mario Alberto Henao Jaramillo. Tutti detenuti e con funzioni precise nell'ingranaggio di questa sinistra rete di traffico di stupefacenti che, da 20 anni, comanda nel bsaao mondo di de Medellín.
Questi i fatti, 16 membri della Oficina de Envigado che non avevano la visibilità che in altre epoche hanno avuto l'ex proprietario dell'Envigado Fútbol Club, Gustavo Upegui, assassinato nel giugno del 2006, o Carlos Mario Aguilar, alias Rogelio, che si è consegnato alla DEA un anno fa, o lo stesso Diego Fernando Murillo Bejarano, alias Don Berna, estradato il 13 maggio del 2008, sono nell'anticamera dell'estradizione verso gli Stati Uniti. E' l'unica strada diversa dalla morte che hanno tutti i narcotrafficanti. Senza dubbio, le delazioni fatta negli Stati Uniti da Rogelio e Don Berna sono servite ad iniziare a distruggere il potere dell'Oficina.
La guerra per le direttrici del narcotraffico abbandonata dagli ex capi paramilitari Don Berna e Carlos Mario Jiménez Naranjo, alias Macaco, ha valicato le frontiere colombiane e si è trasferita in Argentina. Lì nel giugno del 2008 sono stati assassinati Héctor Edilson Duque Ceballos, alias Monoteto, e Jorge Alexánder Quintero, membri de la Oficina. Due settimane fa la stessa sorte è toccata a Juan Sebastián Galvis Ramírez, processato sempre per narcotraffico, che stava accompagnando Jorge Iván González, l'uomo che, secondo informazioni dell'intelligence, sarebbe il figlio del "Pepe mayor", il colonnello Danilo González, alleato della mafia dei cartelli del nord e del Valle assassinato nel 2004. Per il momento, l'Operazione Titán prosegue e il suo target è concentrato, precisamente, in Argentina.
Ci fermiamo tutti per avere più coraggio. Il coraggio, l'avere cuore e l'avere a cuore, di battersi ogni giorno per il bene pubblico, per l'ambiente, per la legalità, minacciati dalle mafie, dalla corruzione, dalle varie forme di illegalità. Come faceva Angelo. La nota di don Luigi Ciotti.
Roma, 9 set. (Apcom) - "Angelo da noi non si aspetta da noi parole, non è morto per questo", sottolinea Don Ciotti ricordando che Vassallo "amava il suo impegno, non la propria immagine. E' questo impegno che ci lascia in eredità".
Lo aveva incrociato, "come si incrociano camminando per l'Italia tante persone impegnate, attente, che si battono per politiche dal contenuto trasparente". Don Luigi Ciotti, Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica freddato da nove pallottole, se lo ricorda due anni fa, quando assieme alla "sua" Libera, era andato proprio in Campania per la tradizionale Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Intervista de Il Fatto Quoridiano dell'8 settembre 2010.