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Dopo 36 anni Antonio Esposito Ferraioli riconosciuto vittima innocente di camorra

Trentasei anni e cinquantacinque giorni. Tanto tempo, troppo. Ma l'emozione è così forte che pensare che si potesse fare prima stavolta conta poco. Il cuore si gonfia e la gioia nasconde l'amarezza delle attese. Antonio Esposito Ferraioli, Tonino, ha avuto giustizia. 
Un nome forse sconosciuto, un ragazzo come tanti, un compagno, ammazzato nel 1978 dalla camorra a Pagani, fritto misto di cemento e asfalto alle pendici del Vesuvio. 
Lo scorso 24 ottobre il Tribunale di Nocera Inferiore gli ha finalmente riconosciuto lo status di vittima innocente della criminalità. Una battaglia dura, complicata nei mesi scorsi dal respingimento dell'istanza presentata dalla famiglia presso il Ministero dell'Interno: Tonino non era vittima innocente di camorra perché - motivava la Prefettura di Salerno - nessun tribunale si era espresso in merito e l'assenza di un processo non aveva permesso di accertare l'identità dei mandanti e degli esecutori dell'assassinio.
Proprio così. Trentasei anni e cinquantacinque giorni in cui non c'è mai stato un processo per Tonino, sindacalista della Cgil, ammazzato a 27 anni perché difendeva la dignità del lavoro nella sua fabbrica, la Fatme, nella cui mensa era cuoco. Ammazzato perché si era ritrovato sul bancone una partita di carni avariate e aveva deciso di non tacere. Ammazzato perché voleva vederci chiaro, capire, difendere i diritti dei propri colleghi. Ammazzato mentre rientrava a casa, di notte, dopo aver trascorso la serata con Angela, la donna che avrebbe dovuto sposare di lì a breve. 
Trentasei anni e cinquantacinque giorni. E gli assassini sono ancora a piede libero in una Pagani che tiene abbassate le persiane da quella notte del 30 agosto 1978. A poco servirono le indagini, l'impegno dei suoi compagni, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La procura concentrava l'attenzione su Aniello De Vivo, detto "o russ", pregiudicato locale e sull'imprenditore e politico della DC cittadina Aldo Mancino, prosciolti per insufficienza di prove. Nessuna prova, nessun processo, nessuna verità per Tonino, per la sua famiglia, per i pochi compagni che a lungo non hanno smesso di lottare in una città che puzza di omertà e indifferenza.
Trentasei anni e cinquantacinque giorni. E non sono trascorsi invano. Tonino, finalmente, è stato riconosciuto vittima innocente dalla camorra. Non è una novità. È  solo la verità giuridica che si avvicina a quella reale. Quella che sappiamo e denunciamo da tempo, prima in pochi ed ora in tanti. Vorremo però anche giustizia. Noi sappiamo, ma non abbiamo le prove. Vorremmo questo, ancora oggi: le prove per incastrare i mandanti e gli esecutori dell'omicidio. Una giustizia che non risarcirebbe solo la storia di Tonino, ma che farebbe luce sul nostro paese, sulla Pagani degli anni '80, come su quella di oggi. Un comune che viene ancora sciolto per camorra, dove la destra connivente con i clan amministra e a raccoglie il consenso di un popolo sordo, ovattato, intontito; di un popolo ignorante - più nel suo ceto "borghese" che in quello popolare - proprio perché il punto non è quanti libri si sono letti e quante lauree si sono conseguite, ma quanto si è in grado di leggere la realtà e farne i conti con coraggio. La miseria della classe politica e dirigente paganese è la più grande ingiustizia che ha subito ogni giorno Tonino, e con lui Marcello Torre e Marco Pittoni, altri due nomi paganesi che allungano l'elenco delle vittime innocenti di mafia. 
È la cifra più dura da accettare, quella di non essere ancora riusciti fino in fondo a cambiare le coscienze, a far pensare Pagani come un posto in cui c'è la possibilità di vivere bene, con dignità, diritti, sviluppo. Se "glielo abbiamo permesso" in questi anni, di certo non glielo permetteremo più.
Pagani ha vissuto nel silenzio la memoria di Tonino per troppo tempo. A differenza di altre vittime più "note", in altri territori e nello stesso periodo (Impastato muore qualche mese prima nello stesso 1978) Tonino non viene ricordato. La resistenza alla camorra in Campania arriva troppo tardi, dopo il terremoto e le guerre di camorra. Abbiamo pagato e scontiamo ancora oggi il ritardo del risveglio delle coscienze. Pagani ha avuto in questi anni amministratori incapaci e corrotti, che hanno lasciato vuoto di bilancio, che hanno rubato, lucrato, creato un sistema di potere. Il lavoro nel nostro territorio è sparito e la devastazione ambientale è cresciuta. Gli spazi culturali sono stati annullati da parcheggi, centri commerciali, dal vuoto pneumatico di chi si è adagiato sul nulla, di chi ha pensato di poter esaurire risorse umane e naturali. Pagani, l'agro nocerino, è un posto devastato nel paesaggio, un territorio trasformato da provincia produttiva e creativa, piena di intelligenze e lavoro, in una grande periferia tra Napoli e Salerno. 
E ci sale un rigurgito a pensare al male che ci hanno fatto, lo stesso male simboleggiato dall'omicidio di Tonino. Hanno ucciso e stanno uccidendo molti di noi, quando ci hanno tolto possibilità, quando la politica nazionale e regionale ci ha ignorato, quando hanno permesso che le migliori intelligenze scappassero via, per rimanere da soli a completare la devastazione di tutto. In questi anni questo rigurgito è salito sempre di più. Ci siamo opposti in tante forme, dalle scuole al territorio. Non abbiamo vinto, ma non ci siamo ancora arresi e non lo faremo. Con le idee di Tonino continuiamo a camminare e ogni volta che cadiamo, ci rialziamo, finché non libereremo la politica dal legame con la camorra, l'economia del territorio dalla mentalità di sfruttamento e devastazione del territorio, fin quando non invertiremo la rotta: quando saranno loro ad andare via e noi a restare e tornare per cambiare. 
E forse è questo il senso della storia di Tonino. A lui, soltanto a lui, oggi vanno il nostro pensiero e gli occhi gonfi di speranza. 
A Tonino, racconto ascoltato tra i vicoli e le piazze, storia nascosta tra il chiacchiericcio di una città che mischia l'inciucio e la verità dimenticando il sacrificio dei suoi figli migliori. Ai suoi amici e compagni, che non hanno permesso che il tempo oscurasse quelle macchie di sangue lasciate sull'asfalto umido. 
A chi, per trentasei anni e cinquantacinque giorni, non ha avuto paura di pronunciare il suo nome. 

Scritto da  Mariano Di Palma e Federico Esposito su Il Corsaro | 28 ottobre 2014

 

Comunicati

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    Siamo i primi, da sempre, a dire che il lavoro è necessario, anzi che èil primo antidoto alle mafie. Ma che sia un lavoro onesto, tutelato dai diritti, non certo quello procurato dalle organizzazioni criminali.

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